Cerca nel blog

giovedì 30 dicembre 2010

Perchè l'aria delle città rende liberi

di Luciano Lanna
Analisi pubblicata, oggi, giovedì 30 dicembre 2010, sul Secolo d’Italia e Ffweb Magazine
Che non sia davvero più tempo di pensare la politica per riflessi condizionati o sensi d'appartenenza dati per automatici e irreversibili ce lo dimostra l'efficacia dell'immagine utilizzata per evocare una nuova fase politica da Riccardo Nencini, che è il segretario nazionale del Psi ed è stato per il centrosinistra presidente del Consiglio regionale della Toscana. “Al ciclo berlusconiano che tramonta”, ha scritto in una lettera pubblicata ieri dal Corriere della Sera, si deve avere adesso il coraggio di sostituire una sintesi e un progetto che fondino la propria coesione sui fattori che caratterizzarono l'Italia di Bearzot. Un mix che faccia, precisava, “del lavoro, della conoscenza, della inclusione e del merito i pilastri attorno ai quali costruire una politica nuova”. L'obiettivo esplicito, aggiungeva Nencini, sarebbe quello di superare e concludere una transizione infinita e pervenire all'idea di un'Italia normale. Un Piano Marshall - così lo definiva - etico e politico destinato alla ricostruzione di una nazione che ha smarrito la sua missione, rancorosa, chiusa, impaurita ed egoista nella forbice sempre più aperta tra ricchezza e povertà. A questo punto, il passaggio secondo noi fondamentale: “La ricostruzione deve avvenire fuori del Parlamento e passare dalle città che in primavera andranno al voto”. Un messaggio chiaro ma obbligato di fronte a un mondo politico che non riesce a uscire dalla logica del Palazzo e dall'assolutizzazione della contabilità dei voti nelle Camere. Un dato che deve passare e venire rivendicato anche da chi avverte la stessa urgenza pur provenendo "da destra". È infatti azzeccata la citazione del detto medievale che Nencini rilancia per invitare la politica a guardare più alla società civile che al ceto parlamentare: “L'aria della città rende liberi”. È vero: è in quell'aria che nel 1992-93 si percepì il vento del cambiamento, è in quel preciso spazio che dopo decenni la Dc e il Pci perdettero la loro storica egemonia, è nelle città che si determinò la speranza di un nuovo rapporto tra cittadini e istituzioni, è lì che lo stesso Silvio Berlusconi trovò i consensi e l'entusiasmo per lanciare il suo progetto di "miracolo italiano". Sì, è nelle città, nella società civile, tra i movimenti studenteschi, nel mondo del volontariato, nella cultura vera, nella stessa rete telematica e nel suo universo di relazioni, che si muove la politica che verrà. “Nelle città - concludeva Nencini - ancora oggi maturano le radici del cambiamento”. Il messaggio è chiaro e deve rivolgersi non solo alla sinistra riformista, ai cattolici democratici, ai liberaldemocratici, agli ambientalisti e ai riformatori in senso lato, ma anche - se non soprattutto - al nuovo soggetto che è Futuro e libertà. Di fronte a una fase autoreferenziale della politica, ossessionata dalla conta parlamentare, dai sondaggi e dalle strategie di Palazzo, è il momento di una proposta politica che si rivolga direttamente al paese oltre i tatticismi e le logiche di convenienza. Oltre la destra, la sinistra e il centro, oltre le scelte di campo date per scontate e obbligatorie. Sì, “l'aria delle città rende liberi”, per ripetere il detto medievale. Di contro, la politica ufficiale resta descritta da una vecchia immagine di Pier Paolo Pasolini: “Dalle bocche di quei vecchi uomini, ossessivamente uguali a se stessi, non usciva una sola parola che avesse qualche relazione con ciò che noi viviamo e conosciamo. Sembravano dei ricoverati che da trent'anni abitassero un universo concentrazionario...”.

venerdì 24 dicembre 2010

Dintorni Natalizi

di Andrea Zanzotto
Con questi versi di un grande poeta veneto, auguro Buone Feste a tutti
Natale, bambino o ragnetto o pennino
che fa radure limpide dovunque
e scompare e scomparendo appare
come candore e blu
delle pieghe montane
in soprassalti e lentezze
in fini turbamenti e più
Bambino e vuoto e campanelle e tivù
nel paesetto. Alle cinque della sera
la colonnina del meteo della farmacia
scende verso lo zero, in agonia.
Ma galleggia sul buio
con sue ciprie di specchi.
Natale mordicchia gli orecchi
glissa ad affilare altre altre radure.
Lascia le luminarie
a darsi arie
sulla piazza abbandonata
col suo presepio di agenzie bancarie.
Natali così lontani
da bloccarci occhi e mani
come dentro fatate inesistenze
dateci ancora di succhiare
degli infantili geli le inobliate essenze.

giovedì 23 dicembre 2010

Il coraggio di delineare i fronti

di Luciano Lanna
Analisi pubblicata, oggi, giovedì 23 dicembre 2010, sul Secolo d’Italia e Ffweb Magazine

Uno studioso attento e politicamente assai acuto come Aldo Schiavone ha colto a nostro avviso il cuore di tutta la questione. “La minaccia – ha scritto su la Repubblica – è enorme: che la fase senile del berlusconismo trascini con sé il Paese nel baratro”. E assai azzeccata è la citazione di Rilke con cui fa esordire la sua analisi: “Chi parla di vittorie? Sopravvivere è tutto...”. Una frase che descrive perfettamente la condizione in cui si trova oggi l’attuale maggioranza di governo. Tirare a campare a ogni costo, non mettersi in discussione come imperativo categorico, restare in piedi ricorrendo a tutti i mezzi possibili e consentiti.
Sullo stesso tema, e sempre ieri, è intervenuto anche Franco Cardini sul quotidiano Europa, rilanciando la strategia che era implicita al Manifesto di ottobre, quando un gruppo di intellettuali di varia provenienza proponevano – rivolgendosi in prima battuta al presidente Fini – un processo di discontinuità con la prassi politica inauguratasi con la cosiddetta transizione. Purtroppo, proseguiva Cardini, “rinfrancati dal successo del 14 dicembre”, gli ex colonnelli di An “passati al generale di Arcore danno sfogo ai loro peggiori istinti forcaioli proponendo addirittura divieti di manifestazioni e arresti preventivi”. Esito, a suo dire, di una mentalità autoritaria e liberticida che affonda le sue radici in Bava Beccaris.
Di contro, proseguiva Cardini, l’errore di comunicazione di Fli sarebbe quello di dare l’impressione di non voler in alcun modo abbandonare, nonostante tutto, la solidarietà col centrodestra: “Ma, in tempi di crisi e di rapido mutamento, bisogna aver il coraggio di spezzare gli equilibri e di guardarsi attorno a 360 gradi”. Con una sinistra sotto scacco culturale e allo sbando politico, concludeva lo storico, individuare un percorso da Grosse Koalition futura, “avrebbe probabilmente raccolto consensi bipartisan”.
Sulla stessa linea, ma tutta in positivo, l’analisi di Aldo Schiavone: “Dal berlusconismo – incalza – non si può uscire restando nel recinto del centrodestra, gestendo il passaggio solo nell’ambito dell’attuale maggioranza”. Il che non significa, sia ben chiaro, un generico embrassons nous o la costruzione di un’Armata Brancaleone come quella che, su sollecitazione di Cossiga, supportò il governo D’Alema. No, Schiavone semmai guarda allo schema che portò la Merkel e Schroeder a governare insieme per disinnescare l’emergere di un’antipolitica rappresentata allora dall’estrema sinistra tedesca da una parte e dalle forze xenofobe dall’altra.
“Dunque, fin quando – specifica Schiavone – Berlusconi rimarrà in campo dobbiamo lavorare per collegare, provvisoriamente ma credibilmente, questo abbozzo di nuovo centrodestra che sta nascendo, con l’abbozzo di centrosinistra che è tormentosamente vissuto in questi anni. La saldatura potrebbe avvenire intorno a pochissimi punti dettati dall’emergenza: legge elettorale e misure d’urgenza intorno al nodo famiglie-fiscalità-lavoro, affidati a un primo ministro di garanzia”.
Non è tempo di rassegnarsi, intima lo storico. Di fronte alla crisi sociale in atto e al malessere dei giovani, il primo impegno delle forze che intendono fuoriuscire da una transizione ormai infinita è obbligatoriamente quello di “riuscire a trasformare la percezione acutissima e diffusa di un disagio sociale crescente, in una precisa domanda politica di cambiamento”. Qui nessuno tradisce alcunché e nessuno rischierà di eternizzare lo “stato d’eccezione”. Qui si tratta di avere (e dimostrare) il coraggio della vera politica. Che, schmittianamente, sta nella capacità di delineare i fronti. “Tertium non datur”.

mercoledì 22 dicembre 2010

La patria? E' la terra dei figli

di Filippo Rossi
Focus pubblicato, oggi, mercoledì 22 dicembre 2010, su Ffweb Magazine
Le cose stanno così: i padri senza figli non sono affatto padri. E lo stesso vale per le madri senza figli. In fondo è semplice. E allora, quando diciamo madre patria e pensiamo a un elenco di roba vecchia, pensiamo alle guerre, agli stendardi, alle bandiere, ai discorsi, alla retorica, alle trombe, alle maiuscole, agli stemmi, al salotto buono, ai consigli, al petto in fuori e al cervello in dentro, in realtà siamo vittime di un abbaglio culturale, di una distorsione mentale. Una stortura che ci fa difendere quello che invece andrebbe cambiato, che ci fa conservare costi quel che costi cose che andrebbero gettate via. Nel cassonetto della storia.
La terra dei padri (e delle madri), allora, non può che essere la terra dei figli. La terra di chi ci sarà domani. La terra da lasciare a chi verrà e vivrà dopo di noi. Così dovrebbe essere. Così sarebbe giusto che fosse. Eppure no, non ci riusciamo. Eppure siamo abituati a vederla dalla parte della polvere e delle ragnatele, dalla parte dei ricordi e dei racconti di guerra, dalla parte delle lapidi, siamo abituati a vederla dalla parte della morte e non della vita, della nostalgia e non della speranza, del rispetto e non dell’azzardo. Dei monumenti e non dei ponti. Del passato e non del futuro. Dalla parte degli anniversari e non delle nascite.
Invece i padri senza figli non esistono. Semplicemente, è così. E allora, l’unico modo per essere davvero patriottici è avere a cuore i figli più dei padri. Perché senza figli è l’idea stessa di patria che non può esistere. Senza figli la patria è un ramo secco dove appendere le cose inutili. Senza sesso, senza sangue, senza ribellione, senza futuro, senza sbagli, senza fughe in avanti, senza gioco, la patria, qualsiasi patria, diventa lettera morta buona da studiare sui libri di storia. Diventa la statua immobile di un sogno mai nato. Una reliquia senza più senso. Senza più aliti di vita.
Dalla parte dei figli, allora, c’è l’unico patriottismo possibile. Figli naturali. Figli adottivi. Perché la declinazione di un sano patriottismo è una scelta d’amore. È apertura e accoglienza. Non c’è solo “sangue e suolo”. Non ci sono solo i cromosomi, non bastano. La patria si nutre di idee, di sogni, di speranze.
Ecco, allora: un patriottismo aperto e multicolore è l’unico possibile, l’unico necessario, l’unico immaginabile per l’Italia di oggi e di domani. Un patriottismo per nulla retorico. Sorridente. Perché porta con sé l’allegria della festa per un nuovo arrivato. Inclusivo, perché demolisce i confini mentali, sotterra le trincee di ieri per coltivarci sopra il paese del futuro. Trasversale. Perché o è di tutti o non è di nessuno. E non ci sono rivendicazioni che tengano, non ci sono presunte “superiorità” che valgano, non ci sono gabbie, non ci sono conflitti che possano scardinare le fondamenta dello “stare insieme”. La patria come racconto condiviso. Da scrivere insieme. La patria, dunque, come passione da tramandare ai figli: in questo senso, una “tradizione”. Perché la tradizione non esiste se non nelle mani di chi la riceve, la fa sua, la rilegge, la riscrive.
È per questo, per tutto questo, che ogni chiusura, ogni egoismo, ogni piccolezza non è patriottismo. La patria non si chiude a chiave, non si mette sottovetro. La patria o è vita o non è. La patria è idea solare, è dono di sé, è sguardo lontano. È visione alta, altra e altruistica. Un plebiscito quotidiano, appunto. Un mattino sempre nuovo. Da rinnovare nei volti e nelle menti. Perché la patria non ha niente a che fare con la roba di famiglia, con le foto ingiallite, con i ricatti della memoria o i “conti da saldare”. Con la difesa di un ordine buono per i cimiteri. Con il piccolo cabotaggio, pauroso e impaurito. Patria è il coraggio della avventura e della scelta. La patria è un mare da solcare. Patria è coraggio. È vita e fertilità. È il coraggio di far figli. Patria è un parto quotidiano.

martedì 21 dicembre 2010

Quel "populista" che suscita sogni (invece che odio...)

di Antonio Rapisarda
L’Analisi pubblicata, oggi, martedì 21 dicembre 2010, su Ffweb Magazine
A sinistra c’è un populista. Che di nome fa Nichi Vendola. Ma basterebbe chiamarlo “Nichi”. Un populista che non parla ma “intesse delle narrazioni”, non spiega ma “evoca”, non fa politica ma utilizza la politica “come pretesto continuo per segnali allusivi di sdegno o di amore”. Lo tratteggia così Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera. Una descrizione efficace del governatore della Puglia che ha lanciato l’Opa sul centrosinistra italiano, e che – al netto della bonaria “condanna” d’ufficio – ha il merito invece di aver individuato una delle caratteristiche più incisive di Vendola: con lui – spiega lo storico - a sinistra avviene “il distacco completo dall’antico ormeggio ideologico e si entra in qualcosa di completamente diverso: nel mare della vita”.  
È vero “Nichi” ha sostituito la pretesa della storia (le magnifiche sorti del “socialismo reale”…) con la necessità della vita. Era ora, si potrebbe dire. Era ora che un leader politico capovolgesse la piramide. È ripartito dal popolo Nichi, ma davvero. Per comprenderlo è appena uscito un cofanetto-documentario “La ballata di Nichi” che racchiude l’avventura della campagna elettorale del 2005. Un’esperienza raccontata con un piglio suggestivo e incalzante da Corto Salari (regista recentemente scomparso), artista che è rimasto affascinato dal cammino di questo politico “comunista” che si veste con il vestito da padrino della cresima, che frequenta i ristoranti kitsch degli alberghi sulle statali perché partecipa alla festa con la sua gente. E che, soprattutto, “bacia” e abbraccia tutti quelli che incrocia. Perché da questi viene “riconosciuto”. Perché a questi suscita “speranza”.
Il successo di Vendola è questo: l’empatia. A contatto reale, e non mediato né parcellizzato, con quel popolo che la sinistra non comprende più da tempo. E che, diciamolo, anche certa destra ha abbandonato. Tant’è che, come ha sostenuto lo stesso Vendola, sono tanti gli uomini di destra che lo sostengono in rotta con la gestione padronale del consenso in quella regione (ma anche altrove). Grazie a questo è riuscito a smontare le alchimie delle elite. Grazie a questo ha riempito di “sostanza” democratica il meccanismo delle primarie.  Meccanismo che è sfuggito di mano ai suoi stessi cantori che adesso si affannano con disperazione a togliere il giocattolo dalle mani del bambino cresciuto: il popolo stesso.           
Ha riportato il territorio al centro della narrazione Nichi. E questo accadde attraverso le contrade meravigliose di quella terra che è la Puglia. Elevata a modello sociale e, adesso, anche politico-economico. Luogo che dimostra come sia possibile parlare di nuova soggettività (la propria omosessualità, ad esempio) all’interno di una cornice identitaria (la famiglia, il dialetto, le tradizioni) senza scimmiottare decadenti modelli metropolitani. Puglia ideale contraltare, poi, alle lande padane insomma, con tutto l’armamentario leghista fatto di un sincretico approdo tra calvinismo con venature xenofobe e paganesimo dietro al quale si cela la difesa di meri interessi economici e territoriali. Se proprio di populismo si deve parlare, allora, è evidente che rispetto ai modelli della Seconda repubblica – ossia il populismo carismatico di Berlusconi, il giacobinismo molisano di Di Pietro e il secessionismo di Bossi – quello di Nichi appare non solo il più innocuo. Ma il più politico. Quello più connesso con le esigenze di una crisi tutta post-moderna. Che riporta davvero ad interrogarsi sui “perché”. Sulla comunità. Sulla necessità di costruire percorsi condivisi. Di farcela come popolo, e non a dispetto (o alle spalle) del popolo. Resta un avversario per la destra “Nichi”? Con tutta probabilità sì. Lui lo rivendica con orgoglio. Ma un avversario con il quale gareggiare nella costruzione positiva, politica, di una società più giusta. Fosse pure quella fatta di “notti sulla spiaggia ad ascoltare la taranta”, come scrive Galli della Loggia a proposito di Vendola. Be', non sarebbe così male aggiungiamo noi…    

lunedì 20 dicembre 2010

Le parole del senatore, ovvero l'irresponsabilità al potere

di Federico Brusadelli
Il Corsivo pubblicato, oggi, lunedì 20 dicembre 2010, su Ffweb Magazine   
“Quelle di Gasparri mi paiono parole strampalate”, “Fa una confusione totale”, “Auspica provvedimenti illiberali”. Perché quello “era un problema di terrorismo”, e invece questo “è un problema di ordine pubblico”. A parlare – intervistato dalla Stampa – non è un pericoloso estremista, un fiancheggiatore dei violenti, un sovversivo comunista. È Virginio Rognoni, il ministro democristiano che nel 1979, quando scattò la “grande retata” del 7 aprile 1979 evocata dal capo dei senatori pidiellini, sedeva al Viminale. Erano anni bui per davvero, quelli. Eppure nemmeno allora – spiega Rognoni – scattarono gli “arresti preventivi” evocati dal capo dei senatori del Pdl.
Non c’è bisogno di agitare lo spettro del “fascismo”, né paventare derive sudamericane. Basterebbe questo, basterebbero le parole di chi il terrorismo lo ha affrontato per davvero, e lo ha affrontato dal cuore dello Stato, per giudicare le parole di Maurizio Gasparri. Basterebbe ascoltare le parole di Roberto Saviano, impaurito da una “follia autoritaria”, ma anche quelle di Pierferdinando Casini che chiede di “mantenere i nervi saldi”. O quelle di Pietro Calogero, il magistrato che nel 1979 autorizzò gli arresti e che oggi definisce l’uscita di Gasparri una “sciocchezza”. E se a tutto questo si aggiunge l’irritazione lasciata trapelare da alcuni esponenti di governo (Maroni e La Russa su tutti), la potenziale pericolosità della sparata di Gasparri appare in tutta la sua drammaticità.
E lui, non pago, rilancia: “Nei cortei ci sono potenziali assassini!”. Ecco la politica secondo Maurizio Gasparri. Ecco la sua ricetta. La provocazione come unico mezzo per far valere le proprie (deboli) ragioni; la corsa a chi la spara più grossa come unico metodo per impostare il dibattito pubblico; la rissa verbale come unica via per “stanare” gli avversari (anzi i nemici) e portarli al confronto (anzi allo scontro). In sintesi, l’irresponsabilità al potere.
Non è la prima volta. E non sarà l’ultima, purtroppo. Perché è questo lo stile, sono questi i contenuti, è questa la forma e la sostanza di cui è capace una certa destra. Anzi, una certa politica. Una politica che altrove sarebbe minoritaria, estremista, relegata a “folklore” più o meno innocuo. E che qui, invece, si ritrova ad avere tra le mani i destini di un paese. 

mercoledì 15 dicembre 2010

Noi, oggi, siamo vivi

"Lasciate che chi non ha voglia di combattere se ne vada. Dategli dei soldi perché acceleri la sua partenza, dato che non intendiamo morire in compagnia di quell'uomo. Non vogliamo morire con nessuno ch'abbia paura di morir con noi" (William Shakespeare)
Questa frase del grande scrittore inglese, impressa su una stampa antica, non poteva che essere un regalo, fatto dall'On. Gianfranco Paglia, prima del voto di fiducia di ieri, a Gianfranco Fini.
Gianfranco Paglia, infatti, con la sua esistenza, con la sua medaglia d’oro al valor militare, non ha dimostrato altro che una grande capacità di governare la paura che, è, poi, ciò in cui consiste l’avere coraggio.
Ci sono momenti della vita nei quali è molto complicato tener fede alla proprie idee, ai personali convincimenti, nei quali sarebbe più semplice cercare scorciatoie per evitare la responsabilità delle scelte: è, allora, che gli esseri umani si distinguono tra pavidi, vinti dalla loro paura, e coraggiosi.
Ieri, tutti quelli, che non hanno ceduto alle lusinghe di “chi ha” e - ahimè – per un detto popolare, “conta più di chi sa”, hanno dimostrato di essere in grado di sostenere il peso della propria libertà dai condizionamenti. E che condizionamenti.
Shakespeare, d’altronde, in quella frase riportata, voleva, anche, rammentare che ci sono persone che, per la paura di “morire”, finiscono per vivere in uno stato di perenne morte.
Per questo, posso scrivere, con convinzione, che noi, oggi, siamo vivi.
Insieme a quelli come Gianfranco Paglia.

martedì 14 dicembre 2010

E adesso ripartiamo dal territorio e da Generazione Italia

di Puccio La Rosa
Articolo pubblicato oggi, martedì 14 dicembre 2010, su GenerazioneItalia.it
Il Parlamento ha votato e con chiarezza ha espresso la propria volontà sovrana. Berlusconi e il suo governo hanno la maggioranza, tanto al Senato quanto alla Camera, e godono della fiducia di tre esponenti dipetristi, di tre ex futuristi, e di qualche astensione figlia di sofferte e complesse elaborazioni politiche. Questi i dati. Diverse le valutazioni. I rappresentanti del parlamento nazionale, nominati su modello grande fratello, non rappresentano la comunità nazionale ma quella familiare. La loro! La vergogna è sola questa. I signori parlamentari non hanno deciso e votato secondo coscienza o secondo una propria visione del mondo e della vita o del Paese ma spinti dalla volontà di restare ben aggrappati al proprio scranno di deputato, al proprio stipendio mensile ed a qualche prebenda immediata o futura. Un fatto ed un dato questo che, come un macigno, ha pesato anche su Futuro e Libertà. Tre voti a favore alla Camera dei Deputati di FLI ed un’astensione (seppure apparentemente mascherata da ragioni di rivendicazione politica) sono una triste e misera verità che dimostra che il problema Italiano si chiama mancanza di una classe dirigente forte, determinata, motivata, consapevole, preparata e pronta a dirigere la nazione nel nome del bene comune e dell’interesse generale. Ecco perché con franchezza a te Presidente Fini, che seguiamo nel nome della politica della passione, del confronto, dell’analisi culturale e sociale e della voglia di costruire una destra dei valori moderna, capace di rappresentare l’Italia di oggi e di costruire quella del domani, chiediamo di sgombrare il campo da ipocrisie e tatticismi e di cacciare parlamentari nazionali ed europei, consiglieri regionali, provinciali e comunali che si avvicinano al progetto politico di FLI solo per opportunismo. Il rischio, infatti, è quello di allontanarsi da quella idea movimentista, creativa, vogliosa di coniugare tutela delle tradizioni con sviluppo e modernità, che con Generazione Italia si stava costruendo. Caro Presidente se non vogliamo tradire e perdere quanti, con entusiasmo e passione, si sono lanciati nell’avventura di ridare una destra politica moderna ed europea all’Italia liberiamoci subito d’opportunisti vecchi e nuovi, cacciamo quanti pensano a FLI come un autobus da prendere per lucrare qualche posto, recuperiamo la dimensione territoriale della politica, coniugando interesse nazionale ad esigenze locali, ritorniamo allo spirito che porto alla nascita di Generazione Italia e sconfessiamo chi ci vorrebbe divisi fra colombe e falchi. La politica, quella dei valori, fatta in nome di precise scelte culturali, sociali ed economiche che hanno origine dalla condivisione di una comune visione del mondo, non si divide fra estremisti e moderati, ma fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Dalla lontana Catania ci permettiamo sottoporre, in tal senso, un elemento di riflessione su ciò che è giusto fare subito per ripartire con slancio. Dotarsi in ogni territorio di una nuova e motivata classe dirigente e rifiutare vecchi arnesi e riciclati della politica che con chiarezza pensano solo a se stessi, fanno da zavorra e mai ci seguiranno in scelte che comportano il rischio di perdere tutto per difendere l’Italia e gli Italiani.


lunedì 13 dicembre 2010

Il discorso di Silvio in italiano corrente

di Sergio Talamo
L’Analisi pubblicata, oggi, lunedì 13 dicembre 2010, su Ffweb Magazine.
Grazie al nostro pool di glottologi della politica, specializzato nell’interpretare il linguaggio marziano di alcuni nostri passaggi parlamentari, siamo in grado di offrire in tempo reale la traduzione simultanea del discorso di Silvio Berlusconi al Senato.
Una premessa, però, è doverosa: al di là di come finirà la conta, Silvio si conferma un grandissimo artista. La sua rappresentazione dei fatti di questi mesi è simile a una fiction del sabato sera, con lui nelle vesti del carabiniere che impone l’ordine pubblico o del prete che con pazienza riporta i ragazzi sbandati all’ovile.
A uso e consumo dei posteri che potrebbero pensare che il 13-14 dicembre 2010 il Parlamento italiano si riunì senza motivo e in preda al fuoco di Sant’Antonio, riportiamo il discorso per punti nelle due versioni.
Berlusconese doc
1) La maggioranza è forte, appena increspata dalle ambizioni personali di un manipolo di traditori. Perché siamo qui a perdere tempo, allora, con tante cose che abbiamo da fare? Solo per liquidare con un voto i guastatori della pace nazionale.
2) Ma i voti ce li abbiamo e quindi niente paura.
3) La crisi è da irresponsabili, roba da Prima Repubblica mentre noi siamo i famosi uomini maturi e ponderati della Seconda.
4) Il Pdl? È sereno e compatto.
5) È davvero una vergogna che un deputato cambi casacca, ma noi siamo qui per denunciare tali misfatti al popolo sovrano.
6) Il governo ha operato benissimo perché ha fatto centinaia di riforme e tenuto i conti in ordine.
7) Non a caso abbiamo lanciato il Piano per il Sud.
8) Il problema non è la mia persona.
9) Siamo pronti a discutere della legge elettorale ma salvando il bipolarismo.
10) Siamo pronti ad aprire a tutti i moderati.
Italiano corrente
1) Porca pupazza, avevamo 100 deputati di vantaggio e ora eccoci qui a mendicare una maggioranza di un paio di voti pur di far fare una brutta figura a Fini! Se avessi trattato il dissenso come fanno i veri leader, cioè con rispetto delle idee altrui, non sarei qui a fare appelli disperati pur di salvare la pelle.
2) Sono così certo di farcela che evoco persino il “partito liberale”. Cavour? Malagodi? Zanone? Macché. Il voto di Paolo Guzzanti, quello che ha scritto il libro “Mignottocrazia” e che mi accusa di fare affari con i russi.
3) Magari fossimo nella Prima Repubblica, invece che in questo pantano dove i governi durano uno-due anni e dettano legge i Bossi e i Di Pietro. Però dalla Prima Repubblica una lezione l’ho imparata: meglio tirare a campare che tirare le cuoia!
4) Il Pdl in realtà è solo il mio secondo nome. E quando va in tv La Russa, mi viene voglia di andare all’anagrafe e cambiarlo.
5) Ehm… naturalmente questa regola non vale per gli amici moderati dipietristi, per il collega Calearo e per gli altri uomini che dimostrano senso della nazione.
6) Diciamola tutta: abbiamo i conti in ordine ma non abbiamo un euro per rendere effettive le centinaia di riforme.
7) Questa mi è venuta davvero bene. Come quell’altra del 29 settembre sul fatto che abbiamo messo a posto la Salerno-Reggio Calabria.8) Beh, che avete da ironizzare? Non è in gioco la mia persona, né oggi né nelle leggi sulla giustizia. Lascerei volentieri, se solo Gianni Letta avesse vent’anni di meno o Angelino Alfano vent’anni di più.
9) Siamo sempre stati pronti, l’importante è salvare il fatto che da un lato comando io (da solo) e dall’altro non comanda nessuno.
10) Siamo sempre stati pronti, sin dai tempi in cui cacciammo Casini dal Pdl. Proprio su questo, il Giornale aprirà una campagna intitolata “Pierferdinando entri in maggioranza o raccontiamo alcune cosette su di lui”.

giovedì 9 dicembre 2010

Tradire l'Italia

di Fabio Granata
Editoriale pubblicato, martedì 7 dicembre 2010, su GenerazioneItalia.it
     
Tradire l’Italia è affermare: “Vittorio Mangano è un eroe”.
Tradire l’Italia è fare la guerra alle Procure antimafia e ai magistrati.
Tradire l’Italia è ingannare i cittadini dell’Aquila facendone morire il centro storico.
Tradire l’Italia è abbandonare Napoli sommersa dall’immondizia e lasciare la politica a Napoli in mano a chi sull’immondizia fa affari con la camorra.
Tradire l’Italia è riempirla di pale eoliche distruggendone il paesaggio, per gli affari di cricche, P3 e Mafie.
Tradire l’Italia è offenderne i giovani politicamente consapevoli, invitandoli a pensare a studiare e a non occuparsi di politica.
Tradire l’Italia è mortificarne le donne, il loro ruolo e la loro sensibilità, privilegiandone solo l’aspetto fisico in un perpetuo casting da velina a parlamentare.
Tradire l’Italia è far crollare Pompei e distruggerne le istituzioni culturali.
Tradire l’Italia è cacciare gli immigrati e negare cittadinanza a un milione di ragazzi italiani di seconda generazione.
Tradire l’Italia è dimenticare la nostra storia di emigrazione.
Tradire l’Italia è far marcire chi soffre in carceri inumane.
Tradire l’Italia è non occuparsi prioritariamente di chi non arriva a fine mese anziché delle proprie ossessioni giudiziarie.
Tradire l’Italia è insultare il mio amico Giancarlo Paglia, eroe di guerra.
Tradire l’Italia è insultare il tricolore o ricordarselo solo per qualche parata retorica.
Tradire l’Italia è strumentalizzare i nostri 21 martiri, caduti nel disinteresse di molti, mentre qualcuno pensava a Edilnord od ospitava mafiosi, e altri facevano affari e tramavano con i servizi.
Tradire l’Italia è non smantellare i segreti di stato sulle stragi.
Tradire l’Italia è archiviare via d’Amelio.          

Tradire l’Italia è chiamare traditore chi ha coraggio, libertà, furore e passione. E non è in vendita.

martedì 7 dicembre 2010

Albertini:ok candidatura a sindaco

Tratto da TGcom
Articolo pubblicato, oggi, martedì 7 dicembre 2010, su GenerazioneItaliaLombardia.it  
“Sono disponibile alla candidatura a sindaco di Milano”. Lo ha reso noto, ai microfoni di Cnr media, l’europarlamentare e, già, primo cittadino del capoluogo lombardo, Gabriele Albertini. “L’ho comunicato a Fini, Casini e Rutelli – ha spiegato Albertini -. Aspetto che commentino e prendano una decisione”. “La mia scelta è sul loro tavolo”, ha aggiunto l’europarlamentare Pdl e possibile candidato a Milano per il terzo polo. L’ex primo cittadino di Milano, attualmente europarlamentare del Pdl, ha spiegato di aver comunicato “ai triumviri” neocentristi la propria decisione.
Albertini ha spedito loro una comunicazione “di cui non anticipo il contenuto”, ha spiegato egli stesso al telefono. “Aspetto che commentino e prendano una decisione, la mia scelta è sul loro tavolo”, ha concluso, ricordando come la proposta per una sua ricandidatura fosse arrivata da parte loro.

lunedì 6 dicembre 2010

Vorrei Mourinho in politica!

di Luca Checola
Articolo pubblicato, giovedì 25 novembre 2010, su www.spinningpolitics.it                                Quali legami possono esserci tra Mourinho e la politica italiana? Molti! Sono tanti infatti i motivi che da alcuni mesi mi spingono ad affermare che oggi più che mai serve un José Mourihno anche in politica. Ma andiamo con ordine!  
L'Internazionale F.C. prima dell'arrivo dell'allenatore portoghese non aveva mai ottenuto, negli ultimi cinquant'anni, grandi successi soprattutto a livello internazionale, le competizioni che senza dubbi contano molto di più sia a livello d'immagine sia soprattutto a livello economico! Grazie a Mourinho, invece, i tifosi neroazzurri e tutta la società si sono tolti soddisfazioni straordinarie e sono entrati nelle casse di via Durini una grande quantità di euro: si parla di 100 milioni! Altra vittoria straordinaria di Mou e' il grande affetto dei tanti tifosi interisti, i quali sono riusciti anche ad andare a San Siro a guardare gli "odiati" cugini (Milan-Real Madrid dello scorso 3 novembre) solo per riservare un ultimo saluto al loro grande allenatore.
E i media? Sono assolutamente certo che sarebbero i primi ad essere felici se in politica ci fosse davvero uno come lui: Mou infatti non riusciva mai a far annoiare nessuno nelle sue conferenze stampa, e dava così tanti (forse troppi) spunti per scrivere interessanti articoli da creare vere o presunte notizie e sicuramente lunghe ed interminabili polemiche con il mondo intero!  
Ma i veri motivi per il quale spero che Mourinho (o un suo sosia in tutto e per tutto) decida di entrare a far parte della vita politica italiana è la sua straordinaria bravura a toccare il cuore delle persone, tanto da far vivere immense emozioni e soprattutto a regalare sogni: tutto quello che oggi molti politici italiani non riescono più a fare. Oggi più che mai abbiamo bisogno di persone che riescano a farci tornare la voglia di sognare, di sperare che il futuro possa essere migliore e soprattutto che ci ridiano la voglia di lottare per ciò che noi riteniamo giusto. Detto questo è ovvio che molto dipende da noi stessi, dalla nostra propensione a voler davvero metterci in gioco, ma abbiamo certamente anche bisogno di una guida, di una possibilità. L'altro motivo, e non e' da sottovalutare, e' il suo oggettivo essere vincente: e in politica non e' poco! So bene che tutti i problemi che oggi tormentano la nostra Nazione non si possono risolvere solamente grazie a un forte leader che riesca a coinvolgere i cittadini (come ha fatto in modo straordinario Mourinho con i tifosi interisti), ma sicuramente può aiutare... e se lo dice un milanista, penso che ci si debba davvero pensare!



sabato 4 dicembre 2010

Alessandro Piperno nel tritacarne mediatico


di Gad Lerner
Recensione pubblicata su Vanity Fair e, mercoledì 27 ottobre 2010, sul Blog dell'autore 
Appena ho ricevuto le bozze del secondo, attesissimo romanzo di Alessandro Piperno –sarà all’altezza dell’esordio, il nostro professore?- la curiosità mi ha spinto a leggerne subito l’incipit: “Era il 13 luglio del 1986 quando un imbarazzante desiderio di non essere mai venuto al mondo s’impossessò di Leo Pontecorvo”.
Niente male, ma… proprio in quel momento un piccolo insetto nero liberatosi dalla rilegatura s’è messo a zampettare di corsa fra le righe. Infastidito, l’ho schiacciato con il pollice. Ma il bastardo era rigonfio del sangue di chissà chi, e pertanto una sinistra traiettoria rosata ha sfregiato la prima pagina. Un presagio?           
Di certo i capoversi successivi confermavano che si sarebbe trattato di un incubo per lo stimato medico pediatra oncologo ebreo romano Leo Pontecorvo, costretto ad apprendere dal telegiornale, durante la cena in cucina con la moglie Rachel e i due figli Filippo e Samuele, serenamente riuniti nella loro villa all’Olgiata, di essere accusato niente meno che di molestie sessuali ai danni della dodicenne Camilla, cioè la fidanzatina del suo secondogenito.     
Prima ancora di incontrare a pagina 239 l’opportuna evocazione di Gregor Samsa, il celeberrimo uomo trasformato all’improvviso in scarafaggio dal genio di Kafka, a me era dunque accaduto di collegare la lettura di “Persecuzione” a un crudo approccio entomologico. Lo avranno fatto apposta, i furbacchioni del marketing Mondadori?           
E dire che mi ero preparato ben altra premessa a questa recensione. Volevo vantarmi di aver segnalato entusiasticamente ai lettori di “Vanity Fair”, cinque anni fa, la saga della famiglia Sonnino (“Con le peggiori intenzioni”), prima che diventasse un caso editoriale e un best seller. Mi avevano attirato il tema e la copertina, ma ignoravo chi fosse l’autore. Che poi ho incontrato una sola volta, guarda caso in un centro culturale ebraico romano, alla presentazione del mio “Scintille”, da lui a sua volta recensito con sapida ironia. Tutto depone quindi contro di me? Siamo artefici di un odioso scambio di cortesie fra autori diseguali? Dovrei stroncare “Persecuzione” per dissipare questo sospetto. Confermare la regola che l’esordiente di successo proprio non ce la fa a bissare l’opera prima. Vediamo se ci riesco.
Il libro è sicuramente furbo, o meglio furbi sono i suoi ingredienti: mescolate in quattrocento pagine le dosi giuste di borghesia romana, cancro, congressi medici, sesso, anzi, meglio ancora, pedofilia, un pizzico di craxismo degli anni rampanti che precedono Tangentopoli e dosi abbondanti di ebraismo; condite il tutto con aromi di giallo e tritacarne mediatico, senza dimenticare i conflitti generazionali e l’avvocato cinico e una moglie straordinaria. Vorrete mica che ne venga fuori men che una storiaccia ruffiana?      
E invece Piperno mi ha fregato di nuovo. Dapprima con l’accudimento meticoloso, quindi degno di rispetto, della sua creatura letteraria: un anno fa decise stoicamente di rinviarne la pubblicazione. L’ha riscritto, l’ha spezzato in due volumi, ciascuno compiuto in sé, lasciandoci già con l’acquolina in bocca di leggerne il seguito. Ma mi ha fregato soprattutto con la sua prosa. Il racconto incede sinuoso, per frasi lunghe che ti avvolgono. Orchestrato da uno strano io narrante che in certi punti rallenta, il maledetto, e pare quasi che divaghi per esasperare in noi l’attesa degli eventi decisivi, ma invece poi capisci che era necessario. Ti eleva e poi ti infilza con una parolaccia perché la sventura del professor Pontecorvo –bello, prestigioso, cresciuto nella bambagia ma virtuoso e meritevole, inadatto alle asperità del conflitto- è tanto più tragico in quanto il nostro cinismo lo può liquidare indifferentemente come buffo o detestabile. E questo per il capriccio con cui ci siamo abituati a ridurre una vita sconvolta a mero fatto di cronaca.L’ironia è la cifra di Piperno, tanto più necessaria quando lui, fumatore di pipa, si dedica a descrivere Leo Pontecorvo strattonato fino a perdere la propria, di ironia, e a lasciare gli Antichi Toscani e la Jaguar, per strisciare infine sul fondo.      
Così il docente di letteratura francese, fedele studioso di Proust, sempre trattenuto nello sforzo di una letteratura classica rigorosa, ma con propensione al comico e agli inserti gergali, perviene a cimentarsi piuttosto con il romanzo borghese alla Balzac. Senza però che il divertimento con cui traccia il suo affresco della catastrofe giudiziaria gli impedisca di viverne la disperazione.     
Pare una bestemmia paragonare la storia di Leo Pontecorvo a quella di Giobbe. Per tutto il libro resteremo nel dubbio se il protagonista sia un peccatore o solo un debole. Eppure, come non pensarci? Sprofondato a vivere per mesi nel sottoscala della sua abitazione lussuosa, senza più alcun contatto con le tre persone a lui più care che vi soggiornano ignorandolo, e di cui Leo scruta solo gli arti inferiori da una finestrella quando escono ogni mattina di casa, è inevitabile che muti anche la sua relazione con il soprannaturale. “Persecuzione”, infatti, è un libro in cui Dio passa dall’essere scritto con una fastidiosa d minuscola all’enfatica, temibile maiuscola di Giobbe. Ma è anche un libro in cui compaiono misteriosamente delle illustrazioni disseminate non si capisce bene perché e da chi, quasi che il “fumettista invisibile” dovesse rappresentare una “presenza intorno” propagatrice, lei sì con la scritta tutta in maiuscolo, di IMBARAZZO.       
Fin dal primo dei disegni, raffigurante il salvaslip insanguinato che l’adolescente Camilla lascia (a bella posta?) nel bagno dello chalet di montagna, come un messaggio tentatore, perché lo trovi quell’uomo seducente che è il padre del suo fidanzato. Spero non abbia nulla a che fare con l’insetto sanguinolento che zampettava sulle mie bozze!
Quando Camilla imprigiona il cinquantenne marito fedele, troppo consapevole del suo fascino per cercarne ulteriori conferme in avventure extraconiugali, nella ragnatela delle sue lettere e delle sue pretese morbose, siamo portati a temerla come un demone. Ma sarà davvero così? L’impressione di “promiscuità e violazione” sprigionatasi in Leo Pontecorvo, per un attimo scosso da “concupiscenza” per una ragazzina maliziosa che ha l’età acerba dei suoi pazienti e dei suoi figli, durante una sciagurata vacanza natalizia, era davvero qualcosa più di un’impressione?  
Imbarazzo è dunque la parola chiave di questa persecuzione, la quale si manifesta in forme che dovrebbero risultare familiari all’oncologo, non fosse afflitto da inconsapevolezza, e non avesse delegato alla moglie-madre Rachel l’intera gestione dei suoi problemi esistenziali, per concentrarsi nella carriera. Possibile che non riconosca una metastasi?. E’ il suo successo che ha generato la sua disgrazia, proprio come accaduto a quel Bettino Craxi per cui Leo prova tanta simpatia. Ma soprattutto come accade nella patologia di cui è un luminare: “Il cancro è una malattia diversa da tutte le altre –spiega Piperno- non è un agente esterno che attacca il corpo, ma una parte del corpo stesso: una parte ribelle autodistruttiva, uno di famiglia che ha deciso di suicidarsi. Il cancro non è una parte di noi. Il cancro siamo noi”. 
Come i tessuti del nostro corpo, anche l’imbarazzo può dare luogo a un processo degenerativo che, in “Persecuzioni”, come già in “Con le peggiori intenzioni”, Piperno sa narrare magistralmente: l’imbarazzo degenera in vergogna.     
Io che la sento così familiare, e per certi versi dolorosamente preziosa, ho seguito il ramificarsi della vergogna lungo tutta la trama incalzante del romanzo, ben oltre il suo avvio fulmineo. La vergogna opprime fin da bambina Rachel, una moglie che ne trae addirittura la forza necessaria a fingere con se stessa e con i figli, giorno dopo giorno, che quel marito-padre rintanato laggiù come un insetto semplicemente non esista più. Timida, riservata, restia a qualsivoglia controversia, Piperno opprime di vergogna Rachel a partire da piccoli gesti lontani che ancora le vibrano dentro (potrei dire lo stesso di me): “Troppo bruciante il ricordo del padre che, dopo aver consumato un pasto al ristorante, se ne stava lì con gli occhialetti da bottegaio ad analizzare il conto, voce per voce. Per non dire delle volte che, trovato qualche errore, chiamava il proprietario e glielo mostrava con una certa malagrazia. Da allora Rachel aveva giurato a se stessa: mai più”. Mi complimento e sottoscrivo, ahimè.       
Ma la vergogna, nel mentre che riduce il professor Pontecorvo a scandalo, per lui gigantesco e letale, per noialtri sollazzevole, si manifesta pure in un altro personaggio che trovo ammirevole perché ha saputo riciclarla come energia vitale: il formidabile avvocato Herrera Del Monte. Un penalista capace di accogliere in studio l’amico cliente con una frase come questa: “Ma, tesoro mio, credevo che il rabbino Perugia te lo avesse insegnato che la fica dodicenne non è kasher”. E tanto basti, perché è chiaro che dietro Herrera ci sono una madre tremenda, un aspetto fisico sgradevole, un successo conquistato con la spregiudicatezza e un maldestro arrembaggio alle donne; il tutto vissuto come vergogna. La parte di noi che viceversa non conosce la vergogna, perché si è ridotta a pubblico pagante, seguirà con gusto “il pastrocchio di cattiva sanità, infanzie violate, collusioni politiche, iniquità accademiche” in cui la stampa riproduce questo caso giudiziario degli anni Ottanta. Regalando alla gente comune l’illusione “di essere sostanzialmente più onesta e meritevole di tutti i Leo Pontecorvo del paese”.    
A questo punto, caro Piperno, dichiaro la mia stizza per l’idea balzana, biecamente commerciale, di spezzare il libro in due con la scusa che effettivamente il romanzo ha un suo finale coerente, benché seguito dall’infame parola: continua. Mi fa rabbia restare in attesa per un anno del secondo volume, già pronto in Mondadori, nel quale ho sentito dire che da Roma ci trasporterai in Israele, solo perché nel frattempo sapete di poterne vendere caterve di copie del primo. Ma devo ammetterlo: con “Persecuzione” ti sei superato.

venerdì 3 dicembre 2010

FLI all’8,2%. E Berlusconi sempre più giù

di Gianmario Mariniello
Editoriale pubblicato, ieri, giovedì 2 dicembre 2010, su GenerazioneItalia.it
Futuro e Libertà stabile sopra quota 8%: l’ultima rilevazione fornita da Crespi Ricerche in esclusiva per Generazione Italia vede FLI all’8,2%. Popolo della Libertà al 26,3%, Pd fermo al 23. In calo la Lega, che scende al 12,2. Salgono invece Udc (6,7), Sinistra ecologia e Libertà (7,2) e Italia dei Valori (6,7).  Indecisi sempre primo partito, con il 36%. Il gradimento di Berlusconi scende al 34, distante tre punti da quello del Governo, che scende a quota 37. Tra i leader politici guida sempre Gianfranco Fini (44%), seguito da Bersani, Vendola (entrambi al 36) e Casini (34).
Quasi l’80% degli elettori di FLi vuole la sfiducia di Berlusconi, a fronte del 55,5% del campione totale. Solo l’8,3% del campione di FLI vuole che venga votata la fiducia al Premier.
E poi c’è la questione della Riforma Universitaria. Per il 31,9% degli elettori, il ddl Gelmini “ha molti limiti, ma ha introdotto delle interessanti novità e dei miglioramenti”, mentre per il 28,6% si tratta di “una buona riforma, speriamo che venga applicata”. Poi ci sono i contrari: per il 30,8% degli italiani “è una pessima riforma, peggiora la situazione nelle università”. Non sa/non risponde l’8,7% del campione.
Gli italiani guardano con simpatia, invece, le proteste degli studenti: per il 50,7% sono “legittime, testimoniano un più ampio disagio dei nostri giovani”, mentre il 23,4% degli italiani ritiene le manifestazioni di questi giorni “pretestuose, i ragazzi devono pensare a studiare”. Alto, infine, il numero degli indecisi riguardo la riforma: 25,9%.

giovedì 2 dicembre 2010

Silvio Berlusconi? È una questione di (s)fiducia

di Filippo Rossi
Editoriale pubblicato oggi, giovedì 2 dicembre 2010, su Ffweb Magazine.
Come è giusto che sia, tutti gli osservatori sono fermi ad aspettare gli eventi del prossimo quattordici dicembre. Anche qui a Farefuturo webmagazine non ci tiriamo in dietro, tanto che abbiamo avviato un laicissimo “calendario della sfiducia” – dal primo al 14 dicembre – al posto del natalizio “calendario dell’Avvento”. L’immagine che abbiamo scelto la dice tutta su come la pensiamo: un Babbo Natale tracagnotto che si schianta a terra dopo mille promesse non esaudite. Provate a indovinare chi è quel Babbo Natale tutto italiano che promette regali senza mai portarli… Non è difficile.
Attesa del quattordici, quindi. Per capire se il Parlamento riuscirà finalmente a sancire una crisi politica in corso da troppi mesi per andare avanti senza far finta di niente, per capire se anche il Parlamento riuscirà a “rappresentare” anche con un voto ufficiale la fine del berlusconismo ormai in atto nella società civile.
Perché, se è vero che il Parlamento è chiamato a dare o meno la fiducia al “governo Berlusconi”, non è vero che noi che stiamo fuori dal Palazzo, nel frattempo, non possiamo gridare con tutto il fiato che abbiamo in gola che non è possibile più aver fiducia in “Silvio Berlusconi”. Sì, avete capito bene, la questione è personale più che politica.
E allora, noi che stiamo qua fuori, facciamo e facciamoci un po’ di domande sacrosante. Potreste avere fiducia in una persona che se ne va in giro a fare le corna? O ad alzare il dito medio come se fosse un “ciao ciao”? E dareste davvero fiducia a uno che dice: “Fra tre giorni è tutto risolto!”. Dareste fiducia a uno che ama raccontare barzellette sugli ebrei? Magari con bestemmia finale. E dareste fiducia a uno che sorride sempre, anche se non c’è niente da ridere? E a uno che dice: meglio playboy che gay? Chi di voi avrebbe fiducia in un anziano signore che ama farsi accompagnare da ragazze diciottenni? E lo rivendica con soddisfazione. Rispondete onestamente.
E chi, ancora, può aver fiducia in un vecchio che vuole essere e sentirsi giovane a tutti i costi? Gli affidereste il destino di vostra figlia? E dareste fiducia a uno che dice di una ragazza in coma vegetativo da sedici anni: “Può ancora avere figli”? E a uno che dà del coglione a chi non lo vota? E a uno che detiene il potere televisivo e si lamenta perché ne ha troppo poco? Avreste davvero fiducia in una persona che pretende di avere sempre ragione? E che caccia i dissidenti dal suo “partito”. Avreste fiducia in una persona che scaglia i suoi giornali contro gli oppositori? E di una che fa il baciamano a Gheddafi? E che va orgoglioso di essere amico di Putin? Avreste fiducia in uno che pensa che esistono ancora i comunisti (tranne Putin)? E in uno che da sedici anni legge lo stesso discorso?
Non sappiamo cosa farà il Parlamento il 14 dicembre. Non amiamo la conta dell’ultimo voto. Sappiamo però che la maggioranza assoluta degli italiani (non servono sondaggi per saperlo) o risponde negativamente alle suddette domande o abbassa gli occhi e fa finta di niente, parlando d’altro. Non sappiamo se il Parlamento sfiducerà il “governo Berlusconi” ma sappiamo che la maggioranza degli italiani non ha fiducia in Silvio Berlusconi.
Sì, lo ammettiamo: è una questione prettamente personale. Ma siccome la persona in questione è presidente del Consiglio, la questione è anche politica. Purtroppo per l’Italia.

mercoledì 1 dicembre 2010

Valutare la riforma universitaria: la necessità di un approccio non ideologico


 
La riforma dell’Università, disegnata dal ministro Gelmini, è stata approvata, ieri, alla Camera, con 307 voti favorevoli, 252 contrari e 7 astenuti. Dopo questo primo tempo, conclusosi con una vittoria per il governo Berlusconi, molto probabilmente, il 9 dicembre, la riforma andrà al Senato in terza lettura per l’approvazione definitiva.
La compagine di Futuro e Libertà per l’Italia, intanto, è riuscita a far passare due suoi importanti emendamenti: l’uno sull’assunzione di 1500 professori associati all’anno per tre anni (con una previsione di spesa “fino a” 300 milioni circa di euro) e l’altro sugli scatti meritocratici e non ope legis ai quali, se il ministro Gelmini come ha promesso li inserirà nella Finanziaria, sono stati destinati 18 milioni di euro nel 2011, 50 nel 2012 e ancora 50 nel 2013.
Tutto questo è accaduto mentre, nelle vie adiacenti a Montecitorio, studenti e polizia si fronteggiavano in modo durissimo.
Quello che ritengo necessario evidenziare, in questo mio breve contributo, è il fatto che per valutare questa riforma universitaria sia necessario liberarsi da un approccio ideologico.
E se è innegabile che tale riforma introduca connotati di maggiore meritocrazia e di più trasparenza nella selezione dei docenti, con una norma, per esempio, che vieta di lavorare nello stesso ateneo fino al quarto grado di parentela, è vero che l’autonomia dell’Università non è, ancora una volta, realizzata fino in fondo, dando quasi la sensazione di averne paura. Per non parlare della possibilità di accordi incrociati, per sistemare i docenti protetti in altre sedi, che rimangono possibili e che sono uno dei vezzi del nostro Paese.
Insomma, questa riforma è, soltanto, un punto di partenza per fare in modo che l’Università italiana esca dalla crisi, che da tempo manifesta, così da ovviare, tra le altre, alla tanto citata fuga dei cervelli. Come sempre, in questo intervento legislativo, c’è del bene e del male: svincolarsi da condizionamenti ideologici può servire a riconoscere l’uno e a eliminare l’altro.     

martedì 30 novembre 2010

Ecco perché non voterò la fiducia

di Giuseppe Valditara
Editoriale pubblicato, oggi, martedì 30 novembre 2010, su Il Secolo e GenerazioneItalia.it
È arrivato il momento di fare chiarezza sulla mia posizione nei confronti di questo governo. Alle ultime elezioni ho accettato di candidarmi in quota ad Alleanza nazionale e ho votato la lista del Popolo della libertà perché Gianfranco Fini garantiva certi valori di riferimento e alcuni punti qualificanti da lui inseriti nel programma elettorale. Penso, per esempio, al quoziente famigliare, alla riduzione della spesa pubblica attraverso interventi strutturali come la soppressione delle province, la certezza della pena, alla difesa dell’indentità e della coesione nazionale, agli investimenti in ricerca e istruzione, alla eliminazione dell’Irap per le piccole e medie imprese.
In ogni caso non avrei mai votato un gruppo politico se a guidarlo fosse stato in solitudine Silvio Berlusconi. La mia presenza in lista, come quella degli altri colleghi di provenienza Alleanza nazionale, doveva garantire quei valori e quei programmi nei confronti del nostro elettorato di riferimento, che ha contribuito in modo decisivo a far vincere la coalizione di centrodestra. Quando poi, nel febbraio 2009, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini decisero di fondere Alleanza nazionale e Forza Italia creando un unico partito, depositarono come comproprietari il simbolo del Pdl. Questo fatto, anche plasticamente, sanciva la duplicità dei riferimenti del nuovo movimento politico.
Il 29 luglio di quest’anno l’ufficio di presidenza del partito dichiarava Gianfranco Fini incompatibile con il Popolo della libertà. Di fatto espelleva Gianfranco Fini dal Pdl. Lì si è rotto il patto politico con Silvio Berlusconi e il vincolo di fedeltà a lui come capo del governo. Resta il patto con gli elettori che ha un senso nella misura in cui sono rispettate quelle promesse contenute nel programma elettorale, e in virtù delle quali noi sediamo in Parlamento e che noi abbiamo preso l’impegno di garantire. Dei sei punti ricordati, ma ne potrei citare molti altri, come per esempio le maggiori risorse per le forze dell’ordine, nessuno è stato realizzato.
La politica di questo governo su certezza della pena, investimenti in ricerca e istruzione, difesa della identità nazionale, soppressione di province o accorpamento di comuni, è andata esattamente in senso contrario a quanto promesso: per mesi, ad esempio, il Parlamento è stato impegnato su provvedimenti del tutto inutili per garantire i diritti della generalità dei cittadini in materia di giustizia ma finalizzati a venire incontro alle esigenze processuali del premier. D’altro canto le istanze dell’alleato leghista sono state tutte puntualmente soddisfatte, talvolta con costi per l’erario non indifferenti: penso ai provvedimenti sulle quote latte, che comporteranno multe per centinaia di milioni di euro da parte dell’unione europea solo per tutelare un gruppo di allevatori che non ha rispettato le normative comunitarie. Ecco perché a questo governo io non rinnoverò la fiducia. E a chi mi dovesse accusare di tradimento politico risponderò che ha una concezione pericolosa della democrazia.

lunedì 29 novembre 2010

"Chi le paga?": è tempo di capire chi sta mentendo


di Sergio Talamo
 Il Corsivo pubblicato, oggi, lunedì 29 novembre 2010, su Ffweb Magazine.
"Chi le paga?". La domanda che pone Silvio Berlusconi è molto seria. Non c'entra più il gossip: è una formidabile domanda politica. Dopo che avremo dato una risposta, nulla sarà più come prima.
Intanto, è una novità assoluta. Il premier, di colpo, smette di rivendicare la sfrenatezza sessuale come una sua legittima facoltà. Smette di scandalizzarsi dello scandalo altrui. Smette di porre una questione di libertà non infondata, "ciò che faccio a casa mia è affare mio". Di colpo, afferma che sono tutte falsità, e che qualcuno paga le ragazze per dirle. Siamo arrivati al bivio decisivo.
Perché se le varie Patrizie, Ruby e Nadie le paga qualcuno che non sia il Cavaliere, questo qualcuno è paragonabile a un golpista, cioè uno che usa mezzi fraudolenti per sovvertire l'ordine democratico. Il presidente è troppo buono: dice "mi domando chi le paghi" come se parlasse di un qualsiasi mestatore contaballe. Ma il misterioso pagatore è molto di più. Va scoperto e arrestato, perché per colpa di costui l'Italia sta sprofondando nel fango e nel discredito. Il discredito della sola stampa di sinistra? No, dell'opinione pubblica internazionale, stretta parente della speculazione; quel mostro che magari per anni se ne sta in disparte e poi a un certo punto decide che uno Stato non è più affidabile. Che deve fallire.
Tocca scoprirlo a ogni costo, questo misterioso pagatore. Perché, se si appurasse che non esiste, allora vuol dire che a pagare Patrizia & C. è proprio il Presidente del Consiglio dei ministri. E allora tutto cambia. Allora è lui che sta mettendo a rischio la credibilità del suo paese. Allora è lui che attenta al futuro di tutti per il vizio di mescolare i suoi fatti privati con la vita pubblica. Allora vuol dire che i giornali e i siti non hanno preso lucciole per lanterne. E se uno mente sulle donne che compra, potrebbe mentire anche su affari e gasdotti contrattati all'ombra di inspiegabili sodalizi politici.
Non si può chiedere che un Parlamento ti voti la fiducia, e addirittura che un paese intero vada al voto, prima di aver saputo con chiarezza chi paga chi. Fino a ieri, il libertinaggio non era reato ma semmai solo eccesso e inopportunità. Oggi che la tesi diventa "mentono, e qualcuno le paga", oggi che le feste di casa Berlusconi sono difese come "cene dove tutto avviene in modo corretto, dignitoso ed elegante", oggi non c'è più democrazia senza capire chi sta mentendo. Senza liberare il paese da chi sta mentendo.

sabato 27 novembre 2010

Gaetano Cappelli oltre le canzoni della giovinezza perduta

Un giovane alla moda costretto a fare il cameriere in un cafonissimo matrimonificio dove viene scoperto dalla ricca ragazza che sta corteggiando. L'inesperto medico romano spedito in un paesaccio del Meridione che insieme all'amore troverà una nuova e assai inquietante famiglia. L'ambizioso pittore che, finalmente sul punto di diventare famoso, scopre il critico che doveva lanciarlo in fin di vita. E ancora il rocker venditore di pentole Continental che il destino fa finire tra le braccia della "donna più bella del mondo" rendendolo intanto impotente come l'aspirante scrittore, suo amico, rivelerà nel romanzo d'esordio, zeppo di altri imbarazzanti segreti.
Questi e altri ancora i protagonisti di "Canzoni della giovinezza perduta" che, rincorrendosi di racconto in racconto, danno vita a un travolgente romanzo sul fondale di una provincia del Sud dagli orizzonti mai così vasti e luminosi. Grazie a loro, alle loro storie intessute di illusioni e inganni, avventure e sogni, comiche acrobazie sessuali e tragici equivoci del cuore, Gaetano Cappelli evoca, come in una struggente canzone, quel particolare momento della vita di ognuno che coincide con il sospirato debutto nel mondo del lavoro e la malinconica fine della giovinezza.
Più di quindici anni fa, un amico, Alessandro, mi parlò in modo entusiasta di Gaetano Cappelli. Io ascoltai le parole del mio amico e comprai un suo libro, “Mestieri sentimentali”, edito da Frassinelli, che mi piacque moltissimo.
Da quel momento in avanti, non mancai, mai, in libreria, l’appuntamento con la novità scritta da Gaetano: prima che Antonio D’Orrico, critico del Corriere della Sera, lo scoprisse e gli regalasse l’attenzione che merita, l’ho, sempre, considerato un dandy della letteratura mediterranea, capace di scrivere pagine all’altezza del miglior Andrea De Carlo e, recentemente, del talentuoso Alessandro Piperno.
Per dirla in breve, ora, Gaetano Cappelli è nel mio personale Pantheon letterario con i sopra citati De Carlo e Piperno: tutti vivi e nel pieno delle loro forze, si badi bene, perché, anche in letteratura, detesto il passatismo.  
Accanto a loro c’è un signore che si chiama Mou. E’ un’altra storia quella del Mou, non è letteratura, ma, sicuramente, è un “mestiere sentimentale”.
Gaetano non è un appassionato di calcio, anzi, ma, ne sono certo, questa affermazione la comprenderebbe. E ne sorriderebbe.
Un futuro di fortuna a Gaetano Cappelli.          


venerdì 26 novembre 2010

Una crisi economica da non sottovalutare


Ci sono quelli che, ancora, vanno raccontando in giro che, nel nostro Paese, la crisi economica non esiste, non c’è, se non nelle teste bacate di disfattisti e traditori. A pensarci bene, si creano le condizioni perché si manifesti un derby continuo tra tifosi, come quello che coinvolge gli affezionati del Milan e della mia, Beneamata, Inter: la passione e la faziosità prevalgono sulla valutazione equilibrata delle situazioni.
E’ indubbio, d’altronde, che se ci riferiamo ai numeri, che non tradiscono mai, la crisi esiste, eccome, anche se ciò non vuol dire che chi è presposto a governarla non stia facendo nulla.
A proposito di numeri, il ritornello di una canzone napoletana del passato,“ho giocato tre numeri al lotto…”, mi porta a considerare tre rilevazioni Istat che non possono essere ignorate: il tasso di disoccupazione che è pari all’8,7%, il tasso di disoccupazione giovanile che raggiunge il 29,2% e la percentuale di inattivi tra i 15 e i 65 anni che è salita al 37,6%.
A tutto questo si aggiunge un altro dato: la disoccupazione in Europa si attesta al 10%.
Ma, oltre questi dati, cosa sta accadendo? Non è fantascienza affermare che, ormai da mesi, sia in atto un duro confronto tra la politica, con la p maiuscola, e la grande finanza, quella delle sopravvissute grandi banche d’affari statunitensi e delle lobby delle banche tedesche e francesi: sullo sfondo il timore, da parte della politica, che la grande finanza abbia identificato nell’Europa mediterranea l’area territoriale possibile oggetto di speculazioni. D’altronde, ciò che è, già, accaduto in Spagna e, soprattutto, in Grecia e la situazione del Portogallo spingono a considerare come realistiche queste chiavi di lettura.
Tutto questo ci porta a considerare una complessità che, ora, si manifesta. Mentre, nel biennio 2007-2009, a causa delle dissennate scelte del management finanziario e creditizio, sono fallite le prime 5 banche commerciali statunitensi e, fino ai giorni nostri, sono state circa 170 le banche che hanno chiuso i battenti, oggigiorno, si rischia, come nel caso greco, il default di interi “sistemi paese”.
Rispetto a tutto questo, sicuramente, l’Italia, grazie a una propensione delle famiglie al risparmio e a un  sistema bancario protetto, è in condizioni migliori di quelle di altre compagini nazionali, quali la Spagna e gli ex paesi del Patto di Varsavia, ma ciò non vuol dire poter abbassare la guardia. Anche perché un altro numero, la previsione di crescita del Pil pari allo 0,5%, ci dice che, in tale situazione, alcuni segmenti delle Pmi rischierebbero la chiusura.
Allora, che torni la politica a pesare e s’imponga sul sistema bancario e finanziario affinché quest’ultimo svolga il suo compito: destinare risorse alle imprese che hanno progetti tali da poter stare sul mercato. Basilea, d’altronde, non è, soltanto, una città svizzera.            

giovedì 25 novembre 2010

Energie alternative: avanti tutta con l'economia verde

Questo biennio di crisi economica ha dimostrato l’inutilità del cercare vie d’uscita dalla stessa crisi, semplicemente, nell’ambito finanziario: una crisi reale, infatti, impone soluzioni reali. Tra queste soluzioni reali, una delle opzioni disponibili è la valorizzazione di tutte le opportunità connesse allo scenario dell’economia green, dalle energie rinnovabili alle produzioni ecocompatibili. In questo senso, in Italia, una partnership tra pubblico e privato, dovrebbe farsi carico di sostenere grandi formule industriali innovative, in grado di implementare l’economia verde: da ciò potrebbe derivare un significativo contributo alla crescita della produttività dell’intero sistema economico. D’altronde, nel corso della settimana sulle energie sostenibili, organizzata dalla Commissione Europea, a Bruxelles, nel febbraio del 2009, il Commissario europeo, Benita Ferrero Waldner, fece il punto sullo stato di avanzamento del Piano per lo sviluppo dell’Energia Solare nel Mediterraneo, identificato come una delle iniziative prioritarie dell’Unione del Mediterraneo. L’obiettivo era ed è ambizioso: si tratta di promuovere la crescita nella produzione di energie rinnovabili nei cosiddetti paesi Mena (Medio Oriente e Nordafrica) e di interoconnetere le reti di trasporto di questa regione con quelle europee in modo da creare un mercato di interscambio dell’energia. L’iniziativa dovrebbe consentire un duplice risultato: supplire al crescente fabbisogno energetico dei Paesi Mena, ma anche contribuire al raggiungimento del traguardo stabilito dalla UE, che prevede, entro il 2020,  la  copertura del 20% del fabbisogno energetico da fonti rinnovabili. La fonte prioritaria per la realizzazione della partnership energetica euromediterranea è stata individuata nell’energia solare e, in particolare, nel progetto tedesco Desertec, attivato nel luglio del 2009, che sarà oggetto delle considerazioni finali di chi scrive. Se vogliamo verificare il significato concreto di quanto, in precedenza sostenuto, andiamo a vedere alcuni numeri. Secondo uno studio del Wwf, l'economia 'verde' fa bene al pianeta e ai bilanci. La ricerca, presentata a metà del giugno dello scorso anno, mostrava che, almeno, 3,4 milioni di posti di lavoro in Europa fossero, direttamente, legati alla green economy contro i 2,8 milioni di posti di lavoro dei settori inquinanti (attività estrattive, elettricità, gas, cemento e industrie del ferro e dell'acciaio). Un primato, secondo le previsioni, in espansione. Al primo posto nella classifica delle professioni verdi si confermavano Germania, Spagna e Danimarca per l'eolico; Germania e Spagna per l'energia solare. Più bassi in Italia i numeri dell’economia green: 1.700 posti di lavoro nel solare fotovoltaico, contro i 42mila di Germania e i 26.800 della Spagna; 3mila nel solare termico, contro i 17.400 della Germania. A proposito di Germania: la partnership, tutta tedesca, Deutsche Bank e Münich RE, aveva presentato, 15 mesi orsono, il già citato Desertec, un progetto d’investimento di 400 miliardi di euro, nel deserto del Sahara, al fine di produrre energia solare pari al 20 % del fabbisogno dell’intera Europa. Il progetto ha stimolato, nel corso dei mesi successivi, l’interesse di ulteriori partner. Tutto ciò vuol dire altri posti di lavoro nel settore delle rinnovabili. In conclusione, il nostro Paese, da esempi come quest’ultimo, può trarre indicazioni per costruire un futuro caratterizzato dalla creazione di valore economico e di nuove opportunità di lavoro nel settore delle rinnovabili e, in genere, dell’economia verde. Soprattutto per le generazioni che verranno.