di Valentina Marasco
Intervista, da me concessa, pubblicata, il 29 luglio, su Metropoli Green Magazine
«La valorizzazione di tutte le opportunità connesse allo scenario dell’economia green, dalle energie rinnovabili alle produzioni ecocompatibili». Questo incipit bene si presta a sintetizzare in poche e semplici battute il flusso di un’interessante ed illuminante intervista fatta ad Enrico Flavio Giangreco, responsabile Commissione Economia Energetica di Anter, docente e giornalista economico.
Il nostro paese si può dire essere un patchwork di realtà locali che hanno una loro vocazione locale specifica. Come si percepiscono tali vocazioni e come poi farle diventare modelli di sviluppo economico concreti?
«Ciascun territorio è caratterizzato dalle vocazioni socio-economiche che si connettono all’esistenza di prodotti intrinsecamente legati con quella realtà locale. Se c’è una vocazione questa deve essere considerata come un punto di forza, quindi va implementata. Chi si occupa di gestire il territorio, che siano istituzioni o associazioni di categoria, deve contribuire alla sua valorizzazione in termini concreti. Aveva ragione Fernand Braudel quando diceva che siamo arrivati ad un’economia-mondo, intesa come una competizione tra aree territoriali locali, ognuna delle quali ha un propria specificità e quindi punti di forza».
Cosa succede però quando questi punti di forza vengono a mancare? Prendiamo ad esempio il caso di Prato la cui natura di distretto tessile è stata messa a dura prova.
«Prato vive una situazione difficile con propulsioni non più competitive. Come risolverle? Riorientando la vocazione. Come? Ci sono degli imprenditori che hanno deciso di produrre materiale tessile di segmento luxury, ad esempio. La fascia del luxury difficilmente va in crisi. Si tratta quindi di riorganizzare il proprio target di riferimento. Chi ci è riuscito ha superato il momento difficile».
Quindi sopravvive chi si sa reinventare?
«Esatto, quella del luxury può essere una strada. Oppure trovare sbocco in un’area di eco competenza come le rinnovabili o le propulsioni tecnologiche con rispetto dell’ambiente, come quelle bio. Rimanendo nell’area pratese, ci si può avvalere del comparto tessile dando vita ad attività commesse alle energie rinnovabili e riconvertendolo in senso eco-sostenibile. Dal tessile, infatti, possono discendere attività di sfruttamento delle bio masse. In situazioni di crisi, quindi, bisogna capire quali sono i punti di forza e quali i fattori di debolezza per reinventare la propria formula imprenditoriale. Tutto ciò, ovviamente, necessita delle scelte da parte degli attori socio-economici, ma anche di una cornice d’azione, all’interno della quale si manifesti l’insieme delle condizioni affinché tale cambiamento si realizzi. Questa cornice la assicurano le organizzazioni di rappresentanza degli imprenditori e delle diverse categorie produttive, ma soprattutto il sistema di amministrazione pubblica locale, che deve essere in grado di governare la situazione e farsi garante delle regole del gioco, in qualità di supervisor».
Fare da supervisor e garante vuol dire anche avere la lungimiranza di indirizzare le risorse e gli investimenti verso quelle realtà che possano portare concreti vantaggi economici evitando gli sprechi? Un concetto che mi sembra lei sostenga.
«Esatto. Se ripetiamo gli errori commessi nel passato, come ad esempio è avvenuto nel Mezzogiorno in cui, per anni, ci sono stati investimenti a pioggia, non otteniamo il meglio dei nostri impieghi. È indispensabile vedere quali sono le chance migliori verso le quali canalizzare le energie. I prodotti bio rappresentano ora la novità ed hanno un appeal dal punto di vista economico. Una valida opzione potrebbe quindi essere quella di orientarci verso questo settore».
C’è secondo lei in Italia un terreno fertile in cui è possibile che una tale visione attecchisca?
«E’ doveroso affermare, innanzitutto, che non ci sia più tempo per prenderci in giro. I sistemi-paese più competitivi, nel resto del mondo, cercano di adeguarsi al meglio verso il modus operandi sopra citato e, se non cambiamo rotta anche noi, rischiamo di rimanere indietro e di non riuscire a stare al passo dello sviluppo globale. Bisogna fare scelte opportune, il sistema-paese Italia deve favorire questo tipo di politiche eco-aziendali organizzandosi, al meglio. E’ necessario fare delle scelte ragionate, non ci sono più scusanti».
Ritiene che nel nostro paese esiste nel mondo istituzionale la consapevolezza che il tempo delle parole e degli sprechi è finito?
«Si, in alcuni contesti sicuramente. Ci sono amministrazioni locali, senza distinzioni di appartenenza politica, che capiscono quali siano le priorità e si impegnano di conseguenza».
Qual è la molla che manca all’Italia per farle fare uno scatto decisivo verso il settore delle rinnovabili?
«In Italia si sono ignorate le potenzialità connesse alle energie rinnovabili, diversamente invece dalla Germania. Noi, il paese del sole e del vento, non utilizziamo quelle fonti di energia. Siamo, tendenzialmente, legati a politiche industriali ancorate al passato. La crisi economica, però, ha cominciato a determinare uno stimolo affinché le cose cambino. Le potenzialità ci sono, basta considerare che in Italia nel comparto delle fonti rinnovabili, grazie agli incentivi, nel periodo 2009-2011, sono stati creati 20 mila nuovi posti di lavoro. Lo scenario futuro è altrettanto ottimistico, l’occupazione di questo settore, nel nostro paese, registrerà entro il 2020 un aumento di circa 250.000 unità. La Germania, dal punto di vista delle fonti energetiche rinnovabili, è un modello da considerare. Grazie ad una partnership tra Deutsche Bank e Münich RE, è stato presentato nel 2009 Desertec, un progetto d’investimento di 400 miliardi di euro, nel deserto del Sahara, al fine di produrre energia solare pari al 20% del fabbisogno dell’intera Europa. Il progetto ha stimolato, nel corso dei mesi successivi, l’interesse di ulteriori partner. In Germania infatti, dove si è compresa da tempo l’importanza delle energie rinnovabili, anche i grossi soggetti finanziari si impegnano per esserci e fare qualcosa. Un discorso a parte lo merita l’eolico, compartimento per il quale in Italia abbiamo un problema: in talune regioni, questo è considerato un settore in cui investono organizzazioni malavitose. Infiltrazioni malavitose possono avvenire in tutti i settori, quindi non bisogna demonizzare le potenzialità dell’eolico. Bisogna invece far sì che questi soggetti siano fermati».
Lei ha detto che lo scenario futuro è caratterizzato da un’occupazione, nel settore delle fonti rinnovabili, in grado di raggiungere, nel 2020, quota 250.000 unità. È la ricetta per uscire dalla crisi o utopia?
«Non è utopia né una ricetta. È quanto riferisce il dossier "Energia e lavoro sostenibile" elaborato dall'Osservatorio Energia e innovazione dell'Ires-Cgil. È un’opportunità che si traduce in posti di lavoro in settori connessi con il futuro delle energie rinnovabili. L’economia nei prossimi anni necessita di opzioni innovative, una di queste è rappresentata dalle energie rinnovabili. Il futuro ci consentirà di avere possibilità di lavoro per tutti se entriamo nell’ordine di idee che il valore dell’innovazione e della ricerca sono da mettere al centro delle nostre scelte».




