Editoriale pubblicato, oggi, martedì 30 novembre 2010, su Il Secolo e GenerazioneItalia.it
È arrivato il momento di fare chiarezza sulla mia posizione nei confronti di questo governo. Alle ultime elezioni ho accettato di candidarmi in quota ad Alleanza nazionale e ho votato la lista del Popolo della libertà perché Gianfranco Fini garantiva certi valori di riferimento e alcuni punti qualificanti da lui inseriti nel programma elettorale. Penso, per esempio, al quoziente famigliare, alla riduzione della spesa pubblica attraverso interventi strutturali come la soppressione delle province, la certezza della pena, alla difesa dell’indentità e della coesione nazionale, agli investimenti in ricerca e istruzione, alla eliminazione dell’Irap per le piccole e medie imprese.
In ogni caso non avrei mai votato un gruppo politico se a guidarlo fosse stato in solitudine Silvio Berlusconi. La mia presenza in lista, come quella degli altri colleghi di provenienza Alleanza nazionale, doveva garantire quei valori e quei programmi nei confronti del nostro elettorato di riferimento, che ha contribuito in modo decisivo a far vincere la coalizione di centrodestra. Quando poi, nel febbraio 2009, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini decisero di fondere Alleanza nazionale e Forza Italia creando un unico partito, depositarono come comproprietari il simbolo del Pdl. Questo fatto, anche plasticamente, sanciva la duplicità dei riferimenti del nuovo movimento politico.
Il 29 luglio di quest’anno l’ufficio di presidenza del partito dichiarava Gianfranco Fini incompatibile con il Popolo della libertà. Di fatto espelleva Gianfranco Fini dal Pdl. Lì si è rotto il patto politico con Silvio Berlusconi e il vincolo di fedeltà a lui come capo del governo. Resta il patto con gli elettori che ha un senso nella misura in cui sono rispettate quelle promesse contenute nel programma elettorale, e in virtù delle quali noi sediamo in Parlamento e che noi abbiamo preso l’impegno di garantire. Dei sei punti ricordati, ma ne potrei citare molti altri, come per esempio le maggiori risorse per le forze dell’ordine, nessuno è stato realizzato.
La politica di questo governo su certezza della pena, investimenti in ricerca e istruzione, difesa della identità nazionale, soppressione di province o accorpamento di comuni, è andata esattamente in senso contrario a quanto promesso: per mesi, ad esempio, il Parlamento è stato impegnato su provvedimenti del tutto inutili per garantire i diritti della generalità dei cittadini in materia di giustizia ma finalizzati a venire incontro alle esigenze processuali del premier. D’altro canto le istanze dell’alleato leghista sono state tutte puntualmente soddisfatte, talvolta con costi per l’erario non indifferenti: penso ai provvedimenti sulle quote latte, che comporteranno multe per centinaia di milioni di euro da parte dell’unione europea solo per tutelare un gruppo di allevatori che non ha rispettato le normative comunitarie. Ecco perché a questo governo io non rinnoverò la fiducia. E a chi mi dovesse accusare di tradimento politico risponderò che ha una concezione pericolosa della democrazia.
In ogni caso non avrei mai votato un gruppo politico se a guidarlo fosse stato in solitudine Silvio Berlusconi. La mia presenza in lista, come quella degli altri colleghi di provenienza Alleanza nazionale, doveva garantire quei valori e quei programmi nei confronti del nostro elettorato di riferimento, che ha contribuito in modo decisivo a far vincere la coalizione di centrodestra. Quando poi, nel febbraio 2009, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini decisero di fondere Alleanza nazionale e Forza Italia creando un unico partito, depositarono come comproprietari il simbolo del Pdl. Questo fatto, anche plasticamente, sanciva la duplicità dei riferimenti del nuovo movimento politico.
Il 29 luglio di quest’anno l’ufficio di presidenza del partito dichiarava Gianfranco Fini incompatibile con il Popolo della libertà. Di fatto espelleva Gianfranco Fini dal Pdl. Lì si è rotto il patto politico con Silvio Berlusconi e il vincolo di fedeltà a lui come capo del governo. Resta il patto con gli elettori che ha un senso nella misura in cui sono rispettate quelle promesse contenute nel programma elettorale, e in virtù delle quali noi sediamo in Parlamento e che noi abbiamo preso l’impegno di garantire. Dei sei punti ricordati, ma ne potrei citare molti altri, come per esempio le maggiori risorse per le forze dell’ordine, nessuno è stato realizzato.
La politica di questo governo su certezza della pena, investimenti in ricerca e istruzione, difesa della identità nazionale, soppressione di province o accorpamento di comuni, è andata esattamente in senso contrario a quanto promesso: per mesi, ad esempio, il Parlamento è stato impegnato su provvedimenti del tutto inutili per garantire i diritti della generalità dei cittadini in materia di giustizia ma finalizzati a venire incontro alle esigenze processuali del premier. D’altro canto le istanze dell’alleato leghista sono state tutte puntualmente soddisfatte, talvolta con costi per l’erario non indifferenti: penso ai provvedimenti sulle quote latte, che comporteranno multe per centinaia di milioni di euro da parte dell’unione europea solo per tutelare un gruppo di allevatori che non ha rispettato le normative comunitarie. Ecco perché a questo governo io non rinnoverò la fiducia. E a chi mi dovesse accusare di tradimento politico risponderò che ha una concezione pericolosa della democrazia.





