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lunedì 6 agosto 2012

La Milano che fece l'Italia

di Enrico Flavio Giangreco

Accadde un tempo che l’Italia fu immaginata, pensata, elaborata e, poi, fatta a Milano. A Milano, infatti, divenne reale l’idea dell’unificazione che, attraverso difficoltà, persino indicibili, figlie di uno scenario politico complesso che caratterizzava il Paese, con un suo cromatismo fatto di tanti colori, riuscì a realizzarsi. E, quindi, passando attraverso il bonapartismo e i ritorni al grande impero austro-ungarico, si giunse a fare della Lombardia la cosiddetta “locomotiva d’Italia”.
“Il Milanese e l’Unità d’Italia”, a cura di Marco Valle, edito da Touring Editore, è un libro che non vuole essere una di quelle manifestazioni di esaltazione rinascimentale che, talvolta, è capitato di avere tra le mani. E, d’altronde, chi conosce l’autore, sa bene che, con la sua identità di patriota, ricco di ragion critica, come sanno essere, soltanto, coloro che nascono in una terra di confine, meglio se adriatica, e diventano milanesi, non sarebbe stato possibile verificare un’esaltazione a prescindere di accadimenti, lontani, ma così importanti per il nostro presente. E, per questo, il collega e amico Marco Valle ha realizzato la scelta di scrivere un libro che vive di una lingua chiara e curata, diretta e divulgativa: si tratta della volontà di elaborare un testo caratterizzato dall’efficacia e dalla concretezza di un messaggio che consiste nel riconoscere Milano quale polo catalizzatore delle intelligenze impegnate nel costruire un futuro connotato dall’unificazione italiana. Emerge, innanzitutto, che in un continente europeo molto inquieto, preso dalla voglia di rivoluzione, trovi spazio un movimento innovatore, un’intelligenza artistico culturale che, grazie alla fase bonapartista, può manifestare un indubbio valore, espressione di milanesità e di italianità. E’, quindi, l’Imperatore francese a cercare di recuperare il senso della cultura europea, da quella agricola e sociale a quella dell’industria, riproponendo l’unicità di popolo e della civitas, ormai, da secoli nel dimenticatoio. L’autore ci tiene, non a caso, a ribadire che il Risorgimento milanese sia da considerare, innanzitutto, come il luogo fisico di un dibattito politico e culturale, ricchissimo di voci plurali, che incide sull’intero movimento nazionale e sulla vita del giovane Stato unitario. Le grandi intelligenze del tempo — da Romagnosi a Cattaneo, da Ferrari a Casati fino ad Alessandro Manzoni — tutte cittadine di Milano, pensano il futuro e propongono agli italiani tragitti nuovi e moderni, spesso in contrasto fra loro, ma, comunque, significativi. 
Insomma, in quegli anni, per taluni versi, angosciosi, Milano è il laboratorio italiano della modernità: le riviste, i convegni, gli editori preannunciano l’imporsi della “civiltà delle macchine” e porgono ai soggetti più dinamici della società idee, progetti, intuizioni per compiere uno straordinario cambiamento. Accade, quindi, che la spinta unitaria si coniughi con la modernità, rovesci equilibri, anche di tipo economico, ormai, superati e tratteggi paesaggi imprevisti e contradditori. Ne deriva che, nel Milanese, dal Risorgimento prendano forma nuove figure sociali:  nel momento in cui, la nobiltà è in declino, cresce la borghesia e arrivano sulla scena gli operai e il mondo contadino. I cambiamenti, però, non si fermano a quelli citati: nei salotti o sulle barricate, nelle redazioni e tra le cospirazioni, le donne, di ogni estrazione ed età, s’impongono come protagoniste. L’affascinante Cristina Trivulzio Barbiano di Belgiojoso merita una citazione, se non altro perché, alla donna più singolare del Risorgimento, Milano non ha dedicato, nemmeno, una via.
Tra i circoli d’intellettuali e riviste, è interessante considerare come la componente mazziniana emerga, con i suoi limiti di settarismo e velleitarismo, d’altronde, evidenziati anche dallo stesso Karl Marx. E’ quello proposto, in questo libro, un Risorgimento importante ma concluso, che può essere, comunque, considerato il punto di arrivo di un cammino storico, in grado di comprendere, al suo interno, Mazzini e Garibaldi, come Pisacane e Cattaneo. E’, inoltre, puntuale e veritiero il modo in cui l’autore proponga le singolarità del cancelliere austriaco Klemens von Metternich, e del feldmaresciallo austriaco Josef Radetzky, entrambi emblemi del primo e del secondo periodo milanese dell’Impero austro-ungarico. E’ fonte di meditazione, infine, in un’epoca come la nostra caratterizzata dalla presenza sulla scena politica di troppi dilettanti allo sbaraglio, l’imporsi dell’ingegno e del talento politico di Camillo Benso di Cavour: con la sua dialettica tutta illuminista, figlia del suo tempo, il conte di Cavour riesce a tessere una straordinaria rete di affari e politica, fatta di finanza e infrastrutture. Il libro di Marco Valle, che si avvale anche di un bellissimo contributo, intitolato le “Rose d’Italia”, scritto da Domizia Carafoli, raffinata firma de “il Giornale”, rappresenta il riuscito tentativo di offrire un quadro completo e chiaro di una fase della storia della città di Milano dalla quale dipendono, poi, una serie di accadimenti successivi fino ai giorni nostri. E la bibliografia di valore del libro, anche ricca di testi recenti, ci mette in connessione con una storia e un giornalismo che, in tempi violentati da reality e fiction, è bene augurarsi che non abbiano, mai, fine.


Il Milanese e l'Unità d'Italia
a cura di Marco Valle
Touring Editore