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lunedì 6 agosto 2012

La Milano che fece l'Italia

di Enrico Flavio Giangreco

Accadde un tempo che l’Italia fu immaginata, pensata, elaborata e, poi, fatta a Milano. A Milano, infatti, divenne reale l’idea dell’unificazione che, attraverso difficoltà, persino indicibili, figlie di uno scenario politico complesso che caratterizzava il Paese, con un suo cromatismo fatto di tanti colori, riuscì a realizzarsi. E, quindi, passando attraverso il bonapartismo e i ritorni al grande impero austro-ungarico, si giunse a fare della Lombardia la cosiddetta “locomotiva d’Italia”.
“Il Milanese e l’Unità d’Italia”, a cura di Marco Valle, edito da Touring Editore, è un libro che non vuole essere una di quelle manifestazioni di esaltazione rinascimentale che, talvolta, è capitato di avere tra le mani. E, d’altronde, chi conosce l’autore, sa bene che, con la sua identità di patriota, ricco di ragion critica, come sanno essere, soltanto, coloro che nascono in una terra di confine, meglio se adriatica, e diventano milanesi, non sarebbe stato possibile verificare un’esaltazione a prescindere di accadimenti, lontani, ma così importanti per il nostro presente. E, per questo, il collega e amico Marco Valle ha realizzato la scelta di scrivere un libro che vive di una lingua chiara e curata, diretta e divulgativa: si tratta della volontà di elaborare un testo caratterizzato dall’efficacia e dalla concretezza di un messaggio che consiste nel riconoscere Milano quale polo catalizzatore delle intelligenze impegnate nel costruire un futuro connotato dall’unificazione italiana. Emerge, innanzitutto, che in un continente europeo molto inquieto, preso dalla voglia di rivoluzione, trovi spazio un movimento innovatore, un’intelligenza artistico culturale che, grazie alla fase bonapartista, può manifestare un indubbio valore, espressione di milanesità e di italianità. E’, quindi, l’Imperatore francese a cercare di recuperare il senso della cultura europea, da quella agricola e sociale a quella dell’industria, riproponendo l’unicità di popolo e della civitas, ormai, da secoli nel dimenticatoio. L’autore ci tiene, non a caso, a ribadire che il Risorgimento milanese sia da considerare, innanzitutto, come il luogo fisico di un dibattito politico e culturale, ricchissimo di voci plurali, che incide sull’intero movimento nazionale e sulla vita del giovane Stato unitario. Le grandi intelligenze del tempo — da Romagnosi a Cattaneo, da Ferrari a Casati fino ad Alessandro Manzoni — tutte cittadine di Milano, pensano il futuro e propongono agli italiani tragitti nuovi e moderni, spesso in contrasto fra loro, ma, comunque, significativi. 
Insomma, in quegli anni, per taluni versi, angosciosi, Milano è il laboratorio italiano della modernità: le riviste, i convegni, gli editori preannunciano l’imporsi della “civiltà delle macchine” e porgono ai soggetti più dinamici della società idee, progetti, intuizioni per compiere uno straordinario cambiamento. Accade, quindi, che la spinta unitaria si coniughi con la modernità, rovesci equilibri, anche di tipo economico, ormai, superati e tratteggi paesaggi imprevisti e contradditori. Ne deriva che, nel Milanese, dal Risorgimento prendano forma nuove figure sociali:  nel momento in cui, la nobiltà è in declino, cresce la borghesia e arrivano sulla scena gli operai e il mondo contadino. I cambiamenti, però, non si fermano a quelli citati: nei salotti o sulle barricate, nelle redazioni e tra le cospirazioni, le donne, di ogni estrazione ed età, s’impongono come protagoniste. L’affascinante Cristina Trivulzio Barbiano di Belgiojoso merita una citazione, se non altro perché, alla donna più singolare del Risorgimento, Milano non ha dedicato, nemmeno, una via.
Tra i circoli d’intellettuali e riviste, è interessante considerare come la componente mazziniana emerga, con i suoi limiti di settarismo e velleitarismo, d’altronde, evidenziati anche dallo stesso Karl Marx. E’ quello proposto, in questo libro, un Risorgimento importante ma concluso, che può essere, comunque, considerato il punto di arrivo di un cammino storico, in grado di comprendere, al suo interno, Mazzini e Garibaldi, come Pisacane e Cattaneo. E’, inoltre, puntuale e veritiero il modo in cui l’autore proponga le singolarità del cancelliere austriaco Klemens von Metternich, e del feldmaresciallo austriaco Josef Radetzky, entrambi emblemi del primo e del secondo periodo milanese dell’Impero austro-ungarico. E’ fonte di meditazione, infine, in un’epoca come la nostra caratterizzata dalla presenza sulla scena politica di troppi dilettanti allo sbaraglio, l’imporsi dell’ingegno e del talento politico di Camillo Benso di Cavour: con la sua dialettica tutta illuminista, figlia del suo tempo, il conte di Cavour riesce a tessere una straordinaria rete di affari e politica, fatta di finanza e infrastrutture. Il libro di Marco Valle, che si avvale anche di un bellissimo contributo, intitolato le “Rose d’Italia”, scritto da Domizia Carafoli, raffinata firma de “il Giornale”, rappresenta il riuscito tentativo di offrire un quadro completo e chiaro di una fase della storia della città di Milano dalla quale dipendono, poi, una serie di accadimenti successivi fino ai giorni nostri. E la bibliografia di valore del libro, anche ricca di testi recenti, ci mette in connessione con una storia e un giornalismo che, in tempi violentati da reality e fiction, è bene augurarsi che non abbiano, mai, fine.


Il Milanese e l'Unità d'Italia
a cura di Marco Valle
Touring Editore


martedì 5 giugno 2012

100% Pratese

di Enrico Flavio Giangreco
Mio intervento, in occasione della serata "100% Pratese", tenutasi presso il Teatro Metastasio, giovedì 17 maggio 2012. 

mercoledì 8 febbraio 2012

Parlando di super-ricchi e green economy

di Sara Bauducco

Intervista, da me concessa, pubblicata, mercoledì 8 febbraiosu Inchiostro Indelebile

Ci troviamo in un momento storico cruciale. I mercati sono più deboli e insicuri di quanto non fossero da molti anni”, così si esprime il giornalista inglese Stephen Armstrong  nel suo libro I super-ricchi erediteranno la terra (citazione tratta a pagina 277). Il titolo del volume edito da Alet  di sicuro è accattivante e provocatorio. Armstrong, collaboratore tra gli altri del Guardian e del Sunday Times, propone un ritratto e la storia di personaggi che hanno in mano grandi capitali e che, di conseguenza, riescono a dirigere le sorti di mercati e Paesi; tra questi vi sono ad esempio il russo Roman Abramovic, proprietario del Chelsea, e il magnate Lakshmi Mittal, l’uomo più ricco della Gran Bretagna stando alla classifica del Sunday Times del 2009. L’autore tratteggia gli scenari dell’economia inglese, la vita degli oligarchi russi, i potenti americani e le mosse intraprendenti dei ricchi cinesi. Non si tratta di un vero e proprio saggio, quanto di una scorrevole analisi socioeconomica farcita di aneddoti, interviste ad esperti e ricercatori ed interessanti note che permettono di arrivare alle fonti del testo. Una lettura agile e intrigante dalla quale scaturiscono domande sull’attuale situazione e sulle prospettive dell’assetto economico internazionale.                                                                                                                              Partendo da alcuni spunti offerti dal libro, ecco un’intervista al giornalista e studioso di green economy Enrico Flavio Giangreco. Laureato in Economia Aziendale all’Università Bocconi di Milano e docente di Comunicazione economica, Giangreco è autore anche di diversi libri su argomenti di carattere economico e finanziario: con Alberto Canova, “I fondi strutturali. Come finanziarsi in Europa per fare impresa” (Franco Angeli); insieme a Giorgio Falsanisi, “Le società di calcio del 2000. Dal marketing alla quotazione in Borsa” (Rubbettino); “La fabbrica del pallone. La gestione delle aziende calcistiche” (Rubbettino). Ancora, Giangreco è cultore della materia presso la cattedra di Marketing della facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Bergamo e alcuni suoi interventi si possono rintracciare sul blog Inseguitore di Parole
Armstrong definisce chiaramente i super-ricchi russi e denuncia il conflitto di interessi di chi amministra “la cosa pubblica”: “E’ dunque evidente che non esiste una divisione netta fra gli interessi degli oligarchi e quelli dello stato. Quasi tutti i ministri russi siedono anche nel consiglio di amministrazione di qualche impresa privata. Il governo ha assegnato ai propri oligarchi la gestione di giganteschi gruppi statali conferendo loro un potere immenso” (pag. 86).                                                                                     
Oltre agli oligarchi russi, si possono riconoscere altre fasce di super ricchi?
Sì, si identificano alcune categorie, ad esempio gli arabi a Londra che si occupano di intermediazione o i cinesi di Shangai che sono riusciti ad arricchirsi, così come i ricchi ebrei a New York. Sono persone appassionate di tutto ciò che è luxury, dall’uso di marmo prestigioso all’affitto di megaville, quindi in generale sono i destinatari di prodotti lussuosi.
E allo stesso modo, infatti, Armstrong tratteggia i super-ricchi che risiedono all’ombra della capitale britannica: “Negli ultimi dieci anni i miliardari sono arrivati in Gran Bretagna a vagonate, anche se nel loro caso più che di vagoni si trattava di limousine. Uno dei motivi che ha provocato questa massiccia immigrazione è il generosissimo trattamento riservato dal paese agli stranieri ricchi non residenti. Anche se di recente qualcosa è cambiato…” (pag. 20). Molte le digressioni che a questo punto si potrebbero fare sull’argomento e gli esempi di noti (super)ricchi che cadrebbero a pennello, ma la chiacchierata con il giornalista esperto di green economy prosegue con una panoramica a tuttotondo.
Insieme ai cambiamenti sociali e agli “spostamenti di capitali”, come è variato negli ultimi anni il concetto di economia?
Alcuni ceti vedono la società come immobile, altri invece ne percepiscono il dinamismo. Così ci sono imprenditori che hanno cercato spazi e scenari nuovi nella green economy: ora ci sono persone che cominciano ad interessarsene e se ne parla sempre più. La comunicazione economica si è popolarizzata, vi è una maggior diffusione di concetti e idee, basti pensare ad esempio a quanti usano il termine “spread” pur magari non conoscendone il pieno significato. A tutto ciò si ricollegano anche l’uso e la potenza di internet perché sul web si può attingere ad un mare magnum di informazioni che fino a 15 anni fa era patrimonio di pochi.
Il modello e lo stile di vita dei super ricchi si può realmente conciliare con una reale green economy che fonde analisi del sistema economico e considerazioni sull’impatto ambientale?
Sì, ci sono anche prodotti green come i tessuti eco che hanno prezzi ragguardevoli. Allo stesso modo l’uso di energie rinnovabili può essere un punto di riferimento in ambito economico a livello internazionale. L’osservatorio Energia e Lavoro dell’Ires ha pubblicato il dossier "Energia e lavoro sostenibile" in cui, partendo da uno studio della situazione esistente, descrive possibili scenari sull’occupazione green, arrivando a ipotizzare che entro il 2020 si potrebbero raggiungere 250.000 unità lavorative, molte nel fotovoltaico e nell’eolico. Tutto ciò significa sfruttare le opportunità. Nel 2009 la Deutsche Bank e Siemens hanno deciso di investire 400 miliardi di euro nel progetto Desertec, che prevede la costruzione di una grande centrale solare nel deserto del Sahara per produrre entro il 2020 il 20 per cento del fabbisogno europeo di energia. Gli scenari sono così importanti da far cessare la dipendenza dei Paesi dalla bolletta del petrolio e farli diventare più autonomi.
Cosa dire dei ricchi e della realtà economica nel nostro Paese?
L’Italia ha una struttura sociale ben precisa. Non si vede il proliferare di nuovi ricchi come negli anni ’80 ma c’è un’alta borghesia italiana che ha accumulato per generazioni e che in un sistema come il nostro si avvicina ai super ricchi pensando di poter mantenere lo stesso stile. E’ una borghesia arroccata sul proprio status. Ciò che viviamo ora è frutto della mancanza di un ceto emergente; non viviamo la mobilità, ma ci sono i soliti salotti. E’ un’economia da “italietta”. Negli anni ’60 e ’80 vi era maggior dinamismo sociale. Rileggendo Gramsci, e puntualizzo che non sono marxista, ritrovo la citazione che si riferisce alla “borghesia di straccioni”. Penso che questi ceti borghesi han fatto diventare la nostra società vecchia; purtroppo ci sono persone che non hanno il senso del ruolo.
In questo periodo di crisi cosa serve all’economia italiana? Alcune piccole realtà reagiscono aumentando i mercatini dello scambio o incentivando la Banca del Tempo…
E’ la dimostrazione che il passato ha qualcosa di buono da recuperare: logico che se non ho liquidità cerco di scambiare ciò che ho e questo fa parte della vita dell’uomo, ma si tratta pur sempre di una soluzione temporanea. Se vogliamo riuscire a venir fuori da questa situazione di crisi, occorre capire che anche gli usi e i costumi devono cambiare. In passato vi era propensione a spendere troppo e così alcuni si sono indebitati per accedere ad un’utilità che non era adeguata alle proprie tasche e ora queste persone devono pagare. Ecco perché bisogna selezionare le opportunità di consumo. Inoltre, ogni territorio ha una propria vocazione socio-economica legata alla realtà locale e a determinati prodotti: bisogna tornare a farvi riferimento arricchendo questa vocazione di scenari che arrivano da fonti della rete.
Si può realmente abbattere il debito pubblico dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo?
Ci sono voci di attivo e passivo che sono state ereditate dai governi passati; bisogna stare attenti a non spendere più di quanto si incassa, tagliare le inefficienze e destinarle ad altri supporti. Le risorse che si liberano si potrebbero destinare ad un fondo per mettere in sicurezza il Paese e il territorio. Avere un pareggio significa non creare debiti che fanno aumentare il valore del debito pubblico. Occorre fare scelte razionali che seguano l’anno solare ed in ciascun esercizio economico si deve attribuire efficacia all’efficienza.                                                                                                                         

venerdì 3 febbraio 2012

Uno scenario per l'Italia fra energie rinnovabili e crescita sostenibile




di Enrico Flavio Giangreco
    Enrico Molinari Martinelli

Valorizzare tutte le opportunità, dall’economia green all’utilizzo delle energie rinnovabili, fino alle produzioni ecocompatibili, rappresenta uno scenario di sviluppo futuro per le aree territoriali del nostro Paese.
Ogni territorio si caratterizza per una vocazione socio-economica che si declina attraverso l’esistenza di prodotti intrinsecamente connessi allo specifico contesto locale. Se esiste una vocazione questa deve essere identificata come un punto di forza dell’area territoriale e, quindi, è necessario che sia implementata. Quanto affermato fa riferimento agli studi dello storico dell’economia Fernand Braudel che, per primo, ha sviluppato una lettura dell’economia-mondo, intesa come una competizione fra le diverse aree territoriali, ognuna delle quali ha un propria specificità e suoi punti di forza. Ne deriva che, in quest’ottica, gli attori che “governano” il territorio, dalle istituzioni pubbliche alle associazioni di categoria, debbano contribuire alla sua concreta valorizzazione. Le considerazioni sviluppate assumono maggiore importanza, soprattutto, in periodi di crisi economica, come quella attuale, contraddistinta da una situazione difficile nella quale le aree territoriali sono caratterizzate da scarse propulsioni competitive. Appare chiaro come la priorità sia quella di innovare la formula imprenditoriale delle imprese ubicate nella specifica area territoriale,  mediante il riorientare la vocazione e il riorganizzare il proprio target di riferimento. A questo proposito, uno degli esempi, che merita di essere citato, è quello delle imprese che hanno optato per la produzione di prodotti di segmento luxury, connotati da uno standard di alta qualità, poiché questi ultimi, difficilmente, subiscono lunghi periodi di crisi.
Un altro esempio di innovazione della formula imprenditoriale è il percorso di quelle imprese che hanno scelto di sviluppare la propria attività in aree di eco-competenza come le energie rinnovabili, dal fotovoltaico all’eolico fino alle biomasse, o le tecnologie di tipo eco-sostenibile, caratterizzate dal rispetto dell’ambiente. Appare chiaro che, in situazioni di crisi, bisogna riorientare la formula imprenditoriale, prendendo le mosse dalla comprensione di quali siano i fattori di forza e quali i punti di debolezza. Tutto questo, d’altronde, abbisogna di scelte precise da parte degli attori d’impresa, ma anche di una cornice d’azione, all’interno della quale si manifesti la globalità delle condizioni in grado di assicurare la realizzazione dei cambiamenti sopra identificati. Tale cornice la possono assicurare le organizzazioni rappresentative degli imprenditori e delle differenti categorie produttive, insieme, però, al sistema di amministrazione pubblica locale, che deve essere capace, in qualità di supervisor, di farsi garante delle regole del gioco. Con riferimento alle energie rinnovabili sopra citate, in Italia, tutto sommato, si sono ignorate le potenzialità connesse al loro utilizzo, diversamente da ciò che si è verificato in Germania. Quanto accaduto, nel paese del sole e del vento, appare difficile da comprendere, poiché, non soltanto, non si sono utilizzate quelle fonti di energia, ma si è scelto di rimanere, tendenzialmente, legati a politiche industriali ancorate al passato. La crisi economica, però, ha iniziato a stimolare condizioni di cambiamento. Le potenzialità, d’altronde, ci sono tutte: è sufficiente ricordare che in Italia nel comparto delle fonti di energie rinnovabili, grazie agli incentivi, nel periodo 2009-2011, sono sorti 20 mila nuovi posti di lavoro. Lo scenario futuro è ugualmente ottimistico e l’occupazione di questo settore, nel nostro paese, dovrebbe registrare, entro il 2020, un incremento di circa 250.000 unità: è quanto riferisce il dossier "Energia e lavoro sostenibile", elaborato dall'Osservatorio Energia e innovazione dell'Ires-Cgil. La Germania, dal punto di vista dell’utilizzo delle energie rinnovabili, è un modello da considerare. Grazie ad una partnership tra Deutsche Bank e Münich RE, nel 2009, è stato presentato Desertec,  un progetto d’investimento di 400 miliardi di euro, nel deserto del Sahara, al fine di produrre energia solare pari al 20% del fabbisogno dell’intera Europa. Il progetto ha stimolato, nel corso dei mesi successivi, l’interesse di ulteriori partner. In Germania, infatti, dove si è compresa da tempo l’importanza delle energie rinnovabili, anche i grossi soggetti finanziari si impegnano per esserci e fare qualcosa. Un’esperienza, questa, sicuramente, da imitare. Scrivere di temi legati all'energia, confrontarsi, analizzare il comportamento del mercato e dei consumatori, accrescendo la consapevolezza dell'utilizzo delle fonti rinnovabili come alternativa eco-sostenibile ai combustibili fossili, è, d’altronde, da tempo, argomento quotidiano trattato dagli organi della carta stampata e dalla televisione. Sembra, quindi, che anche l'Italia abbia scelto l'efficienza energetica come principale fonte di energia per il futuro. Al di là della comunicazione istituzionale, pianificata da aziende di settore per dare visibilità alle proprie offerte della componente-energia, ogni giorno tutti noi siamo sensibilizzati circa l'importanza di un uso responsabile delle fonti tradizionali e la necessità di incentivare la crescita delle rinnovabili: dal fotovoltaico al solare termico e alla geotermia, fino alla cogenerazione, alle biomasse e all'eolico. Ad avvalorare la centralità dell'argomento, anche in questo periodo, leggiamo diverse analisi elaborate da importanti gruppi, leader a livello mondiale nell’ambito delle ricerche di mercato, relative al come gli italiani evolvano il proprio lessico in ordine all'utilizzo di nuove parole e concetti, delle quali hanno acquisito maggiore sensibilità nel corso degli ultimi dodici mesi. In particolare, una ricerca, elaborata dall'Institut Médiascopie, ci offre uno spaccato molto interessante della situazione. All'interno di un grafico che riporta in ascissa le parole in e out e in ordinate quelle legate al passato e al futuro, sono state, puntualmente, individuate quattro macro-aree costituite dalle parole ai margini, da parole impopolari, da parole comuni e contese e da parole di successo. E', d'altronde, assolutamente, significativo osservare che le parole appartenenti all'area, cosiddetta, del successo siano, praticamente, tutte riferibili all'area della green economy, come ad esempio energia pulitagiovanibene comune, rinnovabilipartecipazioneinternetsolidarietàmeritocrescita e innovazione, parole peraltro legate a concetti di valore e impegno civile e di politica di sviluppo sostenibile. Se da questa analisi emerge come sia chiara la percezione da parte degli italiani dei concetti di energia, di futuro, di ecosostenibilità e di sviluppo economico, è altrettanto evidente che il mercato abbia accolto l'arrivo di questa nuova era energetica con una forte e crescente richiesta di energia pulita, immediata e a basso costo. Tutto ciò,  anche, grazie alla realizzazione di impianti energicamente efficienti in grado di trasformare gli sprechi in un serbatoio di energia, un vero e proprio giacimento di energia rinnovabile, effettivamente, a disposizione di tutti. Sostenibilità  ambientale, politiche di sviluppo, valorizzazione del territorio e passione per il pianeta, unitamente ad interventi regolatori a livello europeo e nazionale, sicurezza, affidabilità dei sistemi energetici e aspettative dei mercati finanziari, sono elementi che impongono, però, al management delle aziende italiane una ristrutturazione del proprio modello organizzativo. In Italia, ad esempio, l'adozione di una struttura di Rete d'Impresa e di Distretto da utilizzare come volano per la crescita del sistema-paese è una soluzione di grande valore già percorsa da molte realtà locali. La creazione di un piano di marketing territoriale e di sviluppo locale, che ponga al centro le esigenze di sviluppo sostenibile e la necessità di una seria politica ambientale, contemporaneamente, consente anche di rendere efficaci e misurabili i piani di sviluppo commerciale e di acquisizione di nuovi clienti, obiettivi primari del business plan di ogni azienda. Se analizziamo in concreto questo modello, lavorare in una Rete, oltre a permettere alle singole realtà di ottenere maggior peso in fase di accesso al credito o alla negoziazione con i fornitori, consente di mettere a fattore comune le esperienze maturate da ciascuna azienda, nel rispetto della propria individualità e indipendenza con la garanzia di un’adeguata riservatezza del proprio core business. In questo periodo di grandi turbolenze sul mercato dei capitali, fare sistema deve essere la strategia attraverso cui recuperare competitività a livello internazionale: ciò significa migliorarsi al punto di anticipare la concorrenza con l’obiettivo di posizionarsi su nuovi mercati, spesso dalle ampie potenzialità, in termini di opportunità presenti e in prospettiva futura. Gli imprenditori e le loro imprese, correttamente supportati dalle Istituzioni a tutti i livelli, potranno così difendere fatturati, know-how, competenze, utili e la creatività, che da sempre le distingue nel mondo, innescando un meccanismo attraverso il quale incontrare nuovi clienti interessati al valore aggiunto dei prodotti e servizi della singola impresa, frutto di una filiera che garantisce il lavoro di ogni singola componente della rete. Con questo nuovo approccio, il management delle aziende Oil&Gas potrà ridisegnare il proprio business introducendo, sempre più, innovazione che consenta  di affrontare con successo il cambiamento dello scenario di business in cui opera, potrà massimizzare il ritorno degli investimenti, minimizzando i rischi connessi, e potrà confrontarsi con altri operatori di settore ed adottare tutte le best practices rilevanti per prendere decisioni legate all’adozione del giusto mix tecnologie/energie. Venendo alle linee guida europee, lo scenario evolutivo del settore energetico vede la compagine comunitaria impegnata nel conseguimento del triplice obiettivo di riduzione dell'impatto ambientale - pensiamo solo a quanto stabilito dalla Direttiva 2009/28/CE che prevede entro il 2020 la copertura da parte delle rinnovabili del 17% dei consumi energetici italiani - , di aumento della sicurezza attraverso audit energetici per le PMI e rinnovamento annuale del 3% degli edifici pubblici e di creazione di un mercato dell'energia competitivo. L'Italia, quindi, non può più prescindere da una naturale evoluzione aziendale per rendere disponibili le energie alternative attraverso processi di efficienza energetica, caratterizzati da una maggiore efficacia sociale, con la consapevolezza che l'energia sia ormai diventata un fondamentale driver di intervento in progetti di riqualificazione ambientale, paesaggistico e urbano attraverso piani di sviluppo territoriale e valorizzazione locale condivisi.

lunedì 8 agosto 2011

Economia verde, il valore economico e le nuove opportunità di occupazione


di Valentina Marasco
Intervista, da me concessa, pubblicata, il 29 lugliosu Metropoli Green Magazine
«La valorizzazione di tutte le opportunità connesse allo scenario dell’economia green, dalle energie rinnovabili alle produzioni ecocompatibili». Questo incipit bene si presta a sintetizzare in poche e semplici battute il flusso di un’interessante ed illuminante intervista fatta ad Enrico Flavio Giangreco, responsabile Commissione Economia Energetica di Anter, docente e giornalista economico.
Il nostro paese si può dire essere un patchwork di realtà locali che hanno una loro vocazione locale specifica. Come si percepiscono tali vocazioni e come poi farle diventare modelli di sviluppo economico concreti?
«Ciascun territorio è caratterizzato dalle vocazioni socio-economiche che si connettono all’esistenza di prodotti intrinsecamente legati con quella realtà locale. Se c’è una vocazione questa deve essere considerata come un punto di forza, quindi va implementata. Chi si occupa di gestire il territorio, che siano istituzioni o associazioni di categoria, deve contribuire alla sua valorizzazione in termini concreti. Aveva ragione Fernand Braudel quando diceva che siamo arrivati ad un’economia-mondo, intesa come una competizione tra aree territoriali locali, ognuna delle quali ha un propria specificità e quindi punti di forza».
Cosa succede però quando questi punti di forza vengono a mancare? Prendiamo ad esempio il caso di Prato la cui natura di distretto tessile è stata messa a dura prova.
«Prato vive una situazione difficile con propulsioni non più competitive. Come risolverle? Riorientando la vocazione. Come? Ci sono degli imprenditori che hanno deciso di produrre materiale tessile di segmento luxury, ad esempio. La fascia del luxury difficilmente va in crisi. Si tratta quindi di riorganizzare il proprio target di riferimento. Chi ci è riuscito ha superato il momento difficile».
Quindi sopravvive chi si sa reinventare?
«Esatto, quella del luxury può essere una strada. Oppure trovare sbocco in un’area di eco competenza come le rinnovabili o le propulsioni tecnologiche con rispetto dell’ambiente, come quelle bio. Rimanendo nell’area pratese, ci si può avvalere del comparto tessile dando vita ad attività commesse alle energie rinnovabili e riconvertendolo in senso eco-sostenibile. Dal tessile, infatti, possono discendere attività di sfruttamento delle bio masse. In situazioni di crisi, quindi, bisogna capire quali sono i punti di forza e quali i fattori di debolezza per reinventare la propria formula imprenditoriale. Tutto ciò, ovviamente, necessita delle scelte da parte degli attori socio-economici, ma anche di una cornice d’azione, all’interno della quale si manifesti l’insieme delle condizioni affinché tale cambiamento si realizzi. Questa cornice la assicurano le organizzazioni di rappresentanza degli imprenditori e delle diverse categorie produttive, ma soprattutto il sistema di amministrazione pubblica locale, che deve essere in grado di governare la situazione e farsi garante delle regole del gioco, in qualità di supervisor».
Fare da supervisor e garante vuol dire anche avere la lungimiranza di indirizzare le risorse e gli investimenti verso quelle realtà che possano portare concreti vantaggi economici evitando gli sprechi? Un concetto che mi sembra lei sostenga.
«Esatto. Se ripetiamo gli errori commessi nel passato, come ad esempio è avvenuto nel Mezzogiorno in cui, per anni, ci sono stati investimenti a pioggia, non otteniamo il meglio dei nostri impieghi. È indispensabile vedere quali sono le chance migliori verso le quali canalizzare le energie. I prodotti bio rappresentano ora la novità ed hanno un appeal dal punto di vista economico. Una valida opzione potrebbe quindi essere quella di orientarci verso questo settore».
C’è secondo lei in Italia un terreno fertile in cui è possibile che una tale visione attecchisca?
«E’ doveroso affermare, innanzitutto, che non ci sia più tempo per prenderci in giro. I sistemi-paese più competitivi, nel resto del mondo, cercano di adeguarsi al meglio verso il modus operandi sopra citato e, se non cambiamo rotta anche noi, rischiamo di rimanere indietro e di non riuscire a stare al passo dello sviluppo globale. Bisogna fare scelte opportune, il sistema-paese Italia deve favorire questo tipo di politiche eco-aziendali organizzandosi, al meglio. E’ necessario fare delle scelte ragionate, non ci sono più scusanti».
Ritiene che nel nostro paese esiste nel mondo istituzionale la consapevolezza che il tempo delle parole e degli sprechi è finito?
«Si, in alcuni contesti sicuramente. Ci sono amministrazioni locali, senza distinzioni di appartenenza politica, che capiscono quali siano le priorità e si impegnano di conseguenza».
Qual è la molla che manca all’Italia per farle fare uno scatto decisivo verso il settore delle rinnovabili?
«In Italia si sono ignorate le potenzialità connesse alle energie rinnovabili, diversamente invece dalla Germania. Noi, il paese del sole e del vento, non utilizziamo quelle fonti di energia. Siamo, tendenzialmente, legati a politiche industriali ancorate al passato. La crisi economica, però, ha cominciato a determinare uno stimolo affinché le cose cambino. Le potenzialità ci sono, basta considerare che in Italia nel comparto delle fonti rinnovabili, grazie agli incentivi, nel periodo 2009-2011, sono stati creati 20 mila nuovi posti di lavoro. Lo scenario futuro è altrettanto ottimistico, l’occupazione di questo settore, nel nostro paese, registrerà entro il 2020 un aumento di circa 250.000 unità. La Germania, dal punto di vista delle fonti energetiche rinnovabili, è un modello da considerare. Grazie ad una partnership tra Deutsche Bank e Münich RE, è stato presentato nel 2009 Desertec,  un progetto d’investimento di 400 miliardi di euro, nel deserto del Sahara, al fine di produrre energia solare pari al 20% del fabbisogno dell’intera Europa. Il progetto ha stimolato, nel corso dei mesi successivi, l’interesse di ulteriori partner. In Germania infatti, dove si è compresa da tempo l’importanza delle energie rinnovabili, anche i grossi soggetti finanziari si impegnano per esserci e fare qualcosa. Un discorso a parte lo merita l’eolico, compartimento per il quale in Italia abbiamo un problema: in talune regioni, questo è considerato un settore in cui investono organizzazioni malavitose. Infiltrazioni malavitose possono avvenire in tutti i settori, quindi non bisogna demonizzare le potenzialità dell’eolico. Bisogna invece far sì che questi soggetti siano fermati».
Lei ha detto che lo scenario futuro è caratterizzato da un’occupazione, nel settore delle fonti rinnovabili, in grado di raggiungere, nel 2020, quota 250.000 unità. È la ricetta per uscire dalla crisi o utopia?
«Non è utopia né una ricetta. È quanto riferisce il dossier "Energia e lavoro sostenibile" elaborato dall'Osservatorio Energia e innovazione dell'Ires-Cgil. È un’opportunità che si traduce in posti di lavoro in settori connessi con il futuro delle energie rinnovabili. L’economia nei prossimi anni necessita di opzioni innovative, una di queste è rappresentata dalle energie rinnovabili. Il futuro ci consentirà di avere possibilità di lavoro per tutti se entriamo nell’ordine di idee che il valore dell’innovazione e della ricerca sono da mettere al centro delle nostre scelte».

giovedì 28 luglio 2011

Distretto Verde


 di Enrico Flavio Giangreco
Miei contributi relativi a una trasmissione televisiva sul "Distretto Verde" andata in onda sui circuiti televisivi di Italia 7, Rete 37 e 8Toscana. 


lunedì 11 luglio 2011

Curvy. Il lato glamour delle rotondità


di Enrico Flavio Giangreco

Una donna su cinque in Italia supera la taglia 48. Oltre il 38 per cento fatica a entrare nella 44, il che fa un 45 per cento che non scende neanche a piangere sotto la 46. Come se non bastasse si calcola che le modelle siano il 9 per cento più magre e il 16 per cento più alte del normale. La conclusione è che tra la donna reale e quella ideale c’è un abisso. Sono gli stilisti ad amare le magre mentre gli uomini, quelli veri, da che mondo è mondo, preferiscono le donne vere: morbide e con le curve. Ma come si fa a essere tonde ed eleganti allo stesso tempo visto che il mondo della moda sembra essere popolato, soltanto, di avatar anoressiche? Daniela Fedi e Lucia Serlenga, due grandi signore del giornalismo della moda, ma, soprattutto, donne morbide e con l’orgoglio di esserlo, in questo libro prendono in esame il lato glamour delle curve. Ci svelano segreti, astuzie e indirizzi, ci raccontano aneddoti e storie di vita vissuta mantenendo sempre quel pizzico di sana ironia che alleggerisce, non poco, il peso in curva. D’altronde, Daniela e Lucia, lo avevano promesso e l’hanno fatto: Curvy è un vero e proprio  inno alla rotondità femminile. Dopo la copertina di Vogue Italia di giugno, dove modelle formose hanno preso il posto delle ossute mannequinne,  non c’è più dubbio: l’ideale di donna morbida, burrosa e femminile straccia le filiformi rivali. Con il ritorno in auge del Burlesque e l’ascesa della sua regina Dita Von Teese, l’esplosione voluttuosa della “ciccia” non appare più come un problema, ma un’arma di seduzione tutta da rivalutare. La donna magra, scarna, perennemente a dieta e col broncio, potrebbe essere l’ideale di noi maschi? Il libro è una guida corporale e spirituale per piacersi, apprezzarsi e imparare a valorizzarsi. Trucchi, consigli e incoraggiamenti, per vere donne di classe oltre la taglia 44. Cosa non troppo difficile quando si è dotati della condizione essenziale: il rotondo e zuccheroso e perfetto sorriso di chi garba a se stessa.