Cerca nel blog

lunedì 8 agosto 2011

Economia verde, il valore economico e le nuove opportunità di occupazione


di Valentina Marasco
Intervista, da me concessa, pubblicata, il 29 lugliosu Metropoli Green Magazine
«La valorizzazione di tutte le opportunità connesse allo scenario dell’economia green, dalle energie rinnovabili alle produzioni ecocompatibili». Questo incipit bene si presta a sintetizzare in poche e semplici battute il flusso di un’interessante ed illuminante intervista fatta ad Enrico Flavio Giangreco, responsabile Commissione Economia Energetica di Anter, docente e giornalista economico.
Il nostro paese si può dire essere un patchwork di realtà locali che hanno una loro vocazione locale specifica. Come si percepiscono tali vocazioni e come poi farle diventare modelli di sviluppo economico concreti?
«Ciascun territorio è caratterizzato dalle vocazioni socio-economiche che si connettono all’esistenza di prodotti intrinsecamente legati con quella realtà locale. Se c’è una vocazione questa deve essere considerata come un punto di forza, quindi va implementata. Chi si occupa di gestire il territorio, che siano istituzioni o associazioni di categoria, deve contribuire alla sua valorizzazione in termini concreti. Aveva ragione Fernand Braudel quando diceva che siamo arrivati ad un’economia-mondo, intesa come una competizione tra aree territoriali locali, ognuna delle quali ha un propria specificità e quindi punti di forza».
Cosa succede però quando questi punti di forza vengono a mancare? Prendiamo ad esempio il caso di Prato la cui natura di distretto tessile è stata messa a dura prova.
«Prato vive una situazione difficile con propulsioni non più competitive. Come risolverle? Riorientando la vocazione. Come? Ci sono degli imprenditori che hanno deciso di produrre materiale tessile di segmento luxury, ad esempio. La fascia del luxury difficilmente va in crisi. Si tratta quindi di riorganizzare il proprio target di riferimento. Chi ci è riuscito ha superato il momento difficile».
Quindi sopravvive chi si sa reinventare?
«Esatto, quella del luxury può essere una strada. Oppure trovare sbocco in un’area di eco competenza come le rinnovabili o le propulsioni tecnologiche con rispetto dell’ambiente, come quelle bio. Rimanendo nell’area pratese, ci si può avvalere del comparto tessile dando vita ad attività commesse alle energie rinnovabili e riconvertendolo in senso eco-sostenibile. Dal tessile, infatti, possono discendere attività di sfruttamento delle bio masse. In situazioni di crisi, quindi, bisogna capire quali sono i punti di forza e quali i fattori di debolezza per reinventare la propria formula imprenditoriale. Tutto ciò, ovviamente, necessita delle scelte da parte degli attori socio-economici, ma anche di una cornice d’azione, all’interno della quale si manifesti l’insieme delle condizioni affinché tale cambiamento si realizzi. Questa cornice la assicurano le organizzazioni di rappresentanza degli imprenditori e delle diverse categorie produttive, ma soprattutto il sistema di amministrazione pubblica locale, che deve essere in grado di governare la situazione e farsi garante delle regole del gioco, in qualità di supervisor».
Fare da supervisor e garante vuol dire anche avere la lungimiranza di indirizzare le risorse e gli investimenti verso quelle realtà che possano portare concreti vantaggi economici evitando gli sprechi? Un concetto che mi sembra lei sostenga.
«Esatto. Se ripetiamo gli errori commessi nel passato, come ad esempio è avvenuto nel Mezzogiorno in cui, per anni, ci sono stati investimenti a pioggia, non otteniamo il meglio dei nostri impieghi. È indispensabile vedere quali sono le chance migliori verso le quali canalizzare le energie. I prodotti bio rappresentano ora la novità ed hanno un appeal dal punto di vista economico. Una valida opzione potrebbe quindi essere quella di orientarci verso questo settore».
C’è secondo lei in Italia un terreno fertile in cui è possibile che una tale visione attecchisca?
«E’ doveroso affermare, innanzitutto, che non ci sia più tempo per prenderci in giro. I sistemi-paese più competitivi, nel resto del mondo, cercano di adeguarsi al meglio verso il modus operandi sopra citato e, se non cambiamo rotta anche noi, rischiamo di rimanere indietro e di non riuscire a stare al passo dello sviluppo globale. Bisogna fare scelte opportune, il sistema-paese Italia deve favorire questo tipo di politiche eco-aziendali organizzandosi, al meglio. E’ necessario fare delle scelte ragionate, non ci sono più scusanti».
Ritiene che nel nostro paese esiste nel mondo istituzionale la consapevolezza che il tempo delle parole e degli sprechi è finito?
«Si, in alcuni contesti sicuramente. Ci sono amministrazioni locali, senza distinzioni di appartenenza politica, che capiscono quali siano le priorità e si impegnano di conseguenza».
Qual è la molla che manca all’Italia per farle fare uno scatto decisivo verso il settore delle rinnovabili?
«In Italia si sono ignorate le potenzialità connesse alle energie rinnovabili, diversamente invece dalla Germania. Noi, il paese del sole e del vento, non utilizziamo quelle fonti di energia. Siamo, tendenzialmente, legati a politiche industriali ancorate al passato. La crisi economica, però, ha cominciato a determinare uno stimolo affinché le cose cambino. Le potenzialità ci sono, basta considerare che in Italia nel comparto delle fonti rinnovabili, grazie agli incentivi, nel periodo 2009-2011, sono stati creati 20 mila nuovi posti di lavoro. Lo scenario futuro è altrettanto ottimistico, l’occupazione di questo settore, nel nostro paese, registrerà entro il 2020 un aumento di circa 250.000 unità. La Germania, dal punto di vista delle fonti energetiche rinnovabili, è un modello da considerare. Grazie ad una partnership tra Deutsche Bank e Münich RE, è stato presentato nel 2009 Desertec,  un progetto d’investimento di 400 miliardi di euro, nel deserto del Sahara, al fine di produrre energia solare pari al 20% del fabbisogno dell’intera Europa. Il progetto ha stimolato, nel corso dei mesi successivi, l’interesse di ulteriori partner. In Germania infatti, dove si è compresa da tempo l’importanza delle energie rinnovabili, anche i grossi soggetti finanziari si impegnano per esserci e fare qualcosa. Un discorso a parte lo merita l’eolico, compartimento per il quale in Italia abbiamo un problema: in talune regioni, questo è considerato un settore in cui investono organizzazioni malavitose. Infiltrazioni malavitose possono avvenire in tutti i settori, quindi non bisogna demonizzare le potenzialità dell’eolico. Bisogna invece far sì che questi soggetti siano fermati».
Lei ha detto che lo scenario futuro è caratterizzato da un’occupazione, nel settore delle fonti rinnovabili, in grado di raggiungere, nel 2020, quota 250.000 unità. È la ricetta per uscire dalla crisi o utopia?
«Non è utopia né una ricetta. È quanto riferisce il dossier "Energia e lavoro sostenibile" elaborato dall'Osservatorio Energia e innovazione dell'Ires-Cgil. È un’opportunità che si traduce in posti di lavoro in settori connessi con il futuro delle energie rinnovabili. L’economia nei prossimi anni necessita di opzioni innovative, una di queste è rappresentata dalle energie rinnovabili. Il futuro ci consentirà di avere possibilità di lavoro per tutti se entriamo nell’ordine di idee che il valore dell’innovazione e della ricerca sono da mettere al centro delle nostre scelte».

giovedì 28 luglio 2011

Distretto Verde


 di Enrico Flavio Giangreco
Miei contributi relativi a una trasmissione televisiva sul "Distretto Verde" andata in onda sui circuiti televisivi di Italia 7, Rete 37 e 8Toscana. 


lunedì 11 luglio 2011

Curvy. Il lato glamour delle rotondità


di Enrico Flavio Giangreco

Una donna su cinque in Italia supera la taglia 48. Oltre il 38 per cento fatica a entrare nella 44, il che fa un 45 per cento che non scende neanche a piangere sotto la 46. Come se non bastasse si calcola che le modelle siano il 9 per cento più magre e il 16 per cento più alte del normale. La conclusione è che tra la donna reale e quella ideale c’è un abisso. Sono gli stilisti ad amare le magre mentre gli uomini, quelli veri, da che mondo è mondo, preferiscono le donne vere: morbide e con le curve. Ma come si fa a essere tonde ed eleganti allo stesso tempo visto che il mondo della moda sembra essere popolato, soltanto, di avatar anoressiche? Daniela Fedi e Lucia Serlenga, due grandi signore del giornalismo della moda, ma, soprattutto, donne morbide e con l’orgoglio di esserlo, in questo libro prendono in esame il lato glamour delle curve. Ci svelano segreti, astuzie e indirizzi, ci raccontano aneddoti e storie di vita vissuta mantenendo sempre quel pizzico di sana ironia che alleggerisce, non poco, il peso in curva. D’altronde, Daniela e Lucia, lo avevano promesso e l’hanno fatto: Curvy è un vero e proprio  inno alla rotondità femminile. Dopo la copertina di Vogue Italia di giugno, dove modelle formose hanno preso il posto delle ossute mannequinne,  non c’è più dubbio: l’ideale di donna morbida, burrosa e femminile straccia le filiformi rivali. Con il ritorno in auge del Burlesque e l’ascesa della sua regina Dita Von Teese, l’esplosione voluttuosa della “ciccia” non appare più come un problema, ma un’arma di seduzione tutta da rivalutare. La donna magra, scarna, perennemente a dieta e col broncio, potrebbe essere l’ideale di noi maschi? Il libro è una guida corporale e spirituale per piacersi, apprezzarsi e imparare a valorizzarsi. Trucchi, consigli e incoraggiamenti, per vere donne di classe oltre la taglia 44. Cosa non troppo difficile quando si è dotati della condizione essenziale: il rotondo e zuccheroso e perfetto sorriso di chi garba a se stessa.

venerdì 11 marzo 2011

Ora, ancor di più, avanti tutta con le energie alternative e con l'economia verde


di Enrico Flavio Giangreco
Questo triennio di crisi economica ha dimostrato l’inutilità del cercare vie d’uscita dalla stessa crisi, semplicemente, nell’ambito finanziario: una crisi reale, infatti, impone soluzioni reali. Tra queste soluzioni reali, una delle opzioni disponibili è la valorizzazione di tutte le opportunità connesse allo scenario dell’economia green, dalle energie rinnovabili alle produzioni ecocompatibili. In questo senso, in Italia, una partnership tra pubblico e privato, dovrebbe farsi carico di sostenere grandi formule industriali innovative, in grado di implementare l’economia verde: da ciò potrebbe derivare un significativo contributo alla crescita della produttività dell’intero sistema economico. D’altronde, nel corso della settimana sulle energie sostenibili, organizzata dalla Commissione Europea, a Bruxelles, nel febbraio del 2009, il Commissario europeo, Benita Ferrero Waldner, fece il punto sullo stato di avanzamento del Piano per lo sviluppo dell’Energia Solare nel Mediterraneo, identificato come una delle iniziative prioritarie dell’Unione del Mediterraneo. L’obiettivo era ed è ambizioso: si tratta di promuovere la crescita nella produzione di energie rinnovabili nei cosiddetti paesi Mena (Medio Oriente e Nordafrica) e di interconnetere le reti di trasporto di questa regione con quelle europee in modo da creare un mercato di interscambio dell’energia. L’iniziativa dovrebbe consentire un duplice risultato: supplire al crescente fabbisogno energetico dei Paesi Mena, ma anche contribuire al raggiungimento del traguardo stabilito dalla UE, che prevede, entro il 2020,  la  copertura del 20% del fabbisogno energetico da fonti rinnovabili. La fonte prioritaria per la realizzazione della partnership energetica euromediterranea è stata individuata nell’energia solare e, in particolare, nel progetto tedesco Desertec, attivato nel luglio del 2009, che, più avanti, sarà ancora oggetto delle considerazioni di chi scrive. Se vogliamo verificare il significato concreto di quanto, in precedenza sostenuto, andiamo a vedere alcuni numeri. Lo scorso lunedì 24 gennaio, è stato presentato il dossier "Energia e lavoro sostenibile" elaborato dall'Osservatorio Energia e innovazione dell'Ires-Cgil. E’ emerso che, in pochissimi anni, in Italia, grazie agli incentivi del “conto energia”, sono stati installati oltre 2 mila MW di potenza, determinando 20 mila posti di lavoro.
Lo scenario futuro, con riferimento ai suoi connotati più ottimistici, è caratterizzato da un’occupazione, nel settore delle fonti rinnovabili, in grado di raggiungere, nel 2020, quota 250.000 unità. Attualmente, in Italia, nei vari settori di produzione energetica a basso impatto ambientale, tra posti diretti ed indiretti, lavorano poco più di 100.000 persone cosi suddivise: eolico circa 10.000 addetti, solare fotovoltaico con circa 5.700 e il comparto delle biomasse con circa 25.000 occupati, mentre il resto dell'occupazione si distribuisce tra il geotermico, il solare termico, il mini-idro, e le altre forme minori di produzione di energia da fonti rinnovabili che impiegano circa 50.000 lavoratori. Il dato, sopra evidenziato, delle 250.000 unità di nuova occupazione, grazie alle energie rinnovabili, è caratterizzato da una predominanza delle biomasse, del fotovoltaico e dell'eolico.
Consideriamo, ora, il modello Germania: la partnership, tutta tedesca, Deutsche Bank e Münich RE, aveva presentato, 18 mesi orsono, il già citato Desertec, un progetto d’investimento di 400 miliardi di euro, nel deserto del Sahara, al fine di produrre energia solare pari al 20 % del fabbisogno dell’intera Europa. Il progetto ha stimolato, nel corso dei mesi successivi, l’interesse di ulteriori partner. Tutto ciò, quindi, vuol dire altri posti di lavoro nel settore delle energie alternative.
In conclusione, il nostro Paese, è opportuno che costruisca un futuro caratterizzato dalla creazione di valore economico e di nuove opportunità di occupazione nel settore delle rinnovabili e, in genere, dell’economia verde. Soprattutto per le generazioni che verranno.


venerdì 4 febbraio 2011

Luca, se Te ne vai via, non tradisci noi, tradisci Te stesso

di Enrico Flavio Giangreco
Caro On.le Barbareschi,
mi permetta di chiamarla Luca e di darle del Tu, come si fa con un vecchio amico.
Ho assistito, incredulo, in questi giorni, alle notizie che si susseguivano sul Tuo possibile ritorno, da Fli, nelle fila del Pdl. Tu, Luca, hai commentato: ”Sono troppo vecchio per fare il figliol prodigo”. Poi, rispetto a determinate osservazioni che Ti venivano manifestate, hai aggiunto: “I maligni malignano”.
Ebbene, con tutta la stima che provo nei confronti dell’attore che ho avuto occasione di apprezzare, al Teatro Manzoni di Milano, in una straordinaria interpretazione del “Gattopardo”, ho deciso di rischiare anch’io di passare per un essere maligno che, però, intende scriverTi chiaramente quello che pensa.
Ho, ancora, nella testa i Tuoi interventi in tv, a Omnibus come in altre trasmissioni televisive, nelle quali rammentavi la necessità di voltare pagina, di cambiare questo Paese, di mandare a scopare il mare, come dicono in Piemonte, tutti quelli che desiderano perpetuare la solita immagine della pannunziana “Italia alle vongole”.
Parlavi di meritocrazia, di modernizzazione del Paese, di nuova frontiera. A Bastia Umbra, declamavi il nostro “Manifesto per l’Italia”, Ti commuovevi, veramente, narrando un Paese che non c’è e che vorremmo ci fosse, innanzitutto, per quegli straordinari giovani di “Generazione Futuro”, la nostra avanguardia, che ci credono e che meritano che un’altra Italia sia consegnata nelle loro mani.
Ora, Te lo scrivo chiaro e tondo, c’è qualcosa che non vorrei che accadesse. Non vorrei che Tu, tra qualche tempo Ti dimettessi, lasciando la politica e il Tuo posto a un deputato del Pdl. In silenzio. Poi, magari, dopo qualche mese, ottenessi qualche incarico teatrale o culturale e un ricco contratto per la Tua “Casanova Entertainment”.
Tu questo, Luca, non lo puoi fare, Tu non sei uno Scilipoti qualunque. Tu sai bene, cosa dice, nel “Gattopardo” il Principe di Salina: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Quel modo di leggere il mondo è di una volgare furbizia. E Tu con quella furbizia non hai nulla da spartire. Luca, se Te ne vai via, non tradisci noi, tradisci Te stesso.



mercoledì 2 febbraio 2011

La lezione di Berto Ricci, alla ricerca della "coscienza civile"

di Roberto Alfatti Appetiti
Articolo pubblicato, oggi, mercoledì 2 febbraio 2011, sul Secolo d’Italia e Ffweb Magazine
“Niente è così stupido e poco italiano come l'intolleranza, il disprezzo preconcetto verso gli stranieri, e il volersi chiudere nel guscio. Non c'è nulla di meno italiano del ripudio a priori d'ogni sapienza, esperienza, eccellenza straniera. Non c'è invece nulla di più anticamente, tradizionalmente, permanentemente italiano dell'accogliere, assimilare, ripensare, riplasmare ogni sapienza, esperienza, eccellenza”. Parole di un'attualità incredibile, eppure sono state scritti negli anni Trenta da Berto Ricci, poeta di talento e organizzatore di riviste, in quella che aveva fondato e gli somigliava di più, L'Universale. Pochi anni prima delle leggi razziali lui arrivò a scagliarsi contro lo stesso nazionalismo, in nome di una vocazione italiana, appunto, all'universalità e al cosmopolitismo: ”Il mondo - scriveva - tende alla sua unità, nel senso d'accrescere e smisuratamente moltiplicare gli scambi e i rapporti fra i popoli, gli amori, gli odi, le reciproche dipendenze: unico risultato reale della politica moderna, se buono o cattivo non so, ma certo inevitabile e dominante, contro cui non val forza né teoria, né vale chiudersi grettamente nella provincia nativa. Saranno più forti quelli che più prontamente accetteranno codesta realtà valendosene con saggezza generosa: quelli che avranno più vita da donare, più cuore da spendere, e invece d'aspettare l'urto esterno rannicchiati nella contemplazione di se stessi, invece di mettersi in atto di difesa”. A distanza di settant'anni dalla sua scomparsa nel deserto africano di Bir Gandula - il 2 febbraio del '41, abbattuto dall'aviazione britannica - forse è giunto il momento di riscoprirne la figura e l'importanza che ebbe, oltre che nel panorama culturale degli anni Trenta quale maestro di personaggi come Montanelli, Bilenchi e tanti altri che, anche nell'Italia del secondo dopoguerra non hanno mai nascosto il debito di riconoscenza nei confronti dell'intellettuale fiorentino. Quando infatti, nei primi anni Novanta, Indro Montanelli - da poco reduce dal suo "strappo" con Berlusconi e con quella che si rifiutava di definire "destra" - fu sollecitato a indicare la sua formazione politico-culturale, rispose senza esitazioni: “La destra in cui da giovane militavo io, con Romano Bilenchi, Ottone Rosai e parecchi altri, faceva capo a un quindicinale, L'Universale, e a un giovane professore di matematica, Berto Ricci. Quando il gerarca del Minculpop, dal quale dipendeva il permesso di pubblicazione, ci chiese - proseguiva Montanelli - quali tematiche ci promettevamo di sviluppare, rispondemmo come la cosa più semplice e naturale di questo mondo: "La formazione in Italia di una coscienza civile"…”. Montanelli, che nel dopoguerra dirà “Sono stato fascista dal momento in cui ho potuto essere qualcosa”, durante una vacanza estiva a Rieti, dove lavorava suo padre e dove lui frequentò il liceo, conobbe Diano Brocchi - sindacalista fascista e nel dopoguerra dirigente di Cisnal e Msi - una figura che lo affascinò e contagiò politicamente. E tramite Brocchi entrò a sua volta in confidenza e in amicizia proprio con Berto Ricci e i suoi sodali: Romano Bilenchi, Mino Maccari, Elio Vittorini, Ottone Rosai e Leo Longanesi. Ma il suo vero e unico maestro fu - a suo dire - fu indubbiamente Berto Ricci: “Se oggi”, ha annotato lo storico Sandro Gerbi, “il suo nome è abbastanza conosciuto, anche al di fuori della cerchia degli specialisti, lo si deve soprattutto a Montanelli. Il quale più volte, nell'arco di settant'anni, ne scrisse sempre con ammirazione e rimpianto”. E Ricci, che - come ricordava ancora Montanelli - voleva trasformare il fascismo “dalla mezza burletta qual era stata sino ad allora” in “una rivoluzione autentica”, aveva comunque un mai rinnegato passato da anarchico. Si era avvicinato al fascismo attraverso le posizioni "ribelli" della rivista Il Selvaggio di Maccari per poi fondare nel 1931 a Firenze con alcuni amici il "suo" mensile - poi quindicinale - L'Universale. Il programma del foglio, che uscirà fino all'estate del '35, è stato così descritto proprio da Montanelli: “Era un giornale frondista, che predicava il ritorno alla "prima ondata" e la necessità della "terza ondata". Attaccava tutte le autorità costituite, accusandole di eterodossia borghese e di antirivoluzionarismo”. E Indro lo ha spiegato bene: “Nel fascismo non ci furono soltanto i gerarchi e i salti nel cerchio di fuoco e tutte le altre pagliacciate che ci umiliarono agli occhi del mondo e di noi stessi. Ci furono anche degli uomini come Ricci…”. Difficile, comunque, ricordare Ricci senza scivolare nella retorica, tanto più quando si richiama alla memoria un giovane uomo che, malgrado avesse moglie e figli, volle farsi mandare al fronte. Lasciandoci la pelle, a soli trentasei anni, in un luogo che la maggior parte di noi avrebbe difficoltà anche solo a indicare sulla cartina. Nemico della retorica ossequiosa nell'epoca delle maiuscole d'obbligo. Anarchico individualista che non si convertì al fascismo - come si usa dire - ma che pensò, forse illudendosi, di fare del fascismo una permanente rivoluzione libertaria, malgrado la resistenza di un apparato che mai lo amò. E allora proviamoci con quella prosa secca che tanto apprezzava l'amico e collaboratore Indro Montanelli: “Della sua prosa così asciutta e tagliente - scriveva il giornalista di Fucecchio - e così in contrasto con lo stile del tempo, credo di poter dire che la letteratura giornalistica italiana non ne ha mai avuto di tanto stringente, dura e, qua e là, spavalda”. Spavaldo e coerente, fino al limite dell'eresia, come ha sottolineato Paolo Buchignani nel sottotitolo del bel libro che gli ha dedicato nel 1994 - Un fascismo impossibile. L'eresia di Berto Ricci nella cultura del Ventennio (Il Mulino) - ricostruendone per la prima volta tutta la vicenda personale e il ruolo svolto nella vita culturale del Novecento. Fieramente povero, Ricci, al punto - come ha raccontato Giampiero Mughini - di offrire come banchetto nuziale ai pochi invitati un solo cappuccino. Professore, precario, di matematica e fisica, ma antiaccademico. Patriota ma non nazionalista: “Il nazionalismo - sosteneva - ci renderebbe simili alle altri nazioni europee”. Che non hanno avuto Roma.  Quando nel gennaio del '31, giusto ottanta anni fa, dà vita a L'Universale - la cui raccolta, edita oltre quarant'anni fa dalle edizioni del Borghese è ormai introvabile e andrebbe ripubblicata - la scelta del nome non è certo causale. Scrive Buchignani: “Le origini dell'universalismo ricciano risalgono al periodo significativo del Ricci anarchico”. L'anarchica ribellione nei confronti della società borghese e “dei suoi idoli gretti” dell'amato Federigo Tozzi, il ribelle che più di ogni altro incarna la comune toscanità e “quindi l'italianità”. Per dare all'Italia un'arte nuova, Ricci chiama attorno a sé “giovani d'ingegno e di carattere” che non si accontentino di servire una causa, ma di darle forma e soprattutto sostanza. Autenticità. Tra loro ci sono gli amici Romano Bilenchi e Dino Garrone, lo scrittore novarese di nascita e pesarese d'adozione che morirà a Parigi, a soli ventisette anni, nel dicembre del '31 e di cui, pochi mesi fa, le Edizioni Interlinea hanno pubblicato un'inedita raccolta di brani intitolata Sorriso degli etruschi. Figli, come lui, di La Voce, Lacerba e de Il Selvaggio di Mino Maccari, che ne ospiterà le prime prove poetiche. Considerano Papini e Soffici i loro maestri, anche se solo i Papini e i Soffici della fase "eversiva" rivoluzionaria, precedente al loro ritorno all'ordine. Tra i poeti amano visceralmente Palazzeschi e “il pazzo bellissimo” Campana e vivono nel costante timore di tradire la poesia con la più baname prassi politica. Hanno letto con passione Mazzini, Oriani e d'Annunzio e vogliono mettere l'arte al servizio della loro contestazione generazionale. E poi c'è il mito che vive tra loro come uno di loro: Ottone Rosai, il pittore di Strapaese che rifugge i borghesi e preferisce starsene con i poveri. Nel '35 il governo chiude le pubblicazione de L'Universale. Perché all'incoraggiamento iniziale dello stesso Mussolini e ai complimenti rinnovati in privato, seguono successivamente ben altri provvedimenti, di segno opposto. L'idea romantica, coltivata da Berto Ricci e dai suoi ragazzi - di cui era al tempo stesso giovane capo, fratello maggiore e a volte persino padre e compagno di strada - di un fascismo trasgressivo e libertario che potesse alla distanza prevalere sul regime, che combattesse dal di dentro quella che ritenevano una deriva conservatrice, svanisce nella disillusione. In uno degli ultimi suoi "Avvisi" su L'Universale - siamo al febbraio 1935 - scatta una fotografia di una nitidezza spietata nella sua semplicità: “Finché il controllore ferroviario avrà un tono coi viaggiatori di prima classe, e un altro tono, leggermente diverso, con quelli di terza; finché l'usciere ministeriale si lascerà impressionare dal tipo "commendatore" e passerà di corsa sotto il naso del tipo a "povero diavolo", magari dicendo torno subito; finché l'agente municipale sarà cortesissimo e indulgentissimo con l'auto privata, un po' meno col taxi e quasi punto con quella marmaglia come noi, che osa ancora andare coi suoi piedi; finché insomma in Italia il principal criterio nello stabilire la gerarchia sociale degli individui sarà il denaro o l'apparenza del denaro, potremo dire e ripetere che c'è molto da fare....”. C'è da proseguire, ancora oggi, nel mezzo di questi anni Duemila, la lezione di Berto Ricci, ancora convinti che è nostro obbligo costruire “in Italia una coscienza civile…”.

venerdì 28 gennaio 2011

Nuovi posti di lavoro grazie alle energie rinnovabili

Dr. Enrico Flavio Giangreco
Responsabile Commissione Economia Energetica ANTER
Lunedì 24 gennaio, si è tenuta, a Roma, la Conferenza Pubblica della Cgil nazionale, dal titolo “L’Energia per il lavoro sostenibile – La terza rivoluzione industriale”, all’interno della quale è stato, anche, presentato il dossier "Energia e lavoro sostenibile" elaborato dall'Osservatorio Energia e innovazione dell'Ires-Cgil.
ANTER era presente con il Coordinatore nazionale e Responsabile Relazioni Istituzionali Antonio Rancati.
In tale occasione, è stata ribadita la scelta strategica delle energie rinnovabili, come nuovo motore per la terza rivoluzione industriale, nel modo definito dal Prof. Jeremy Rifkin, tra i relatori della conferenza e, già, ospite d’onore nella riunione nazionale di ANTER, a Firenze, lo scorso 11 dicembre.
La Cgil ha comunicato la volontà di essere tra i soggetti capaci di incidere in questa terza rivoluzione industriale, così come è accaduto nella precedente fase rivoluzionaria, cogliendo l’opportunità, derivante dall’utilizzo delle energie rinnovabili, di creare posti di lavoro in una fase declinante dell’economia, nella quale milioni di lavoratori rischiano la disoccupazione, soprattutto nei Paesi più industrializzati, per effetto anche della crisi che attanaglia, maggiormente, le economie dell’occidente.
A proposito di numeri, è bene rammentare che, in pochissimi anni, in Italia, grazie agli incentivi del “conto energia”, sono stati installati oltre 2 mila MW di potenza, determinando 20 mila posti di lavoro.
Lo scenario futuro, con riferimento ai suoi connotati più ottimistici, emerso dalle relazioni presentate, è caratterizzato da un’occupazione, nel settore delle fonti rinnovabili, in grado di raggiungere, nel 2020, quota 250.000 unità. Attualmente in Italia nei vari settori di produzione energetica a basso impatto ambientale, tra posti diretti ed indiretti, lavorano poco più di 100.000 persone cosi suddivise: eolico circa 10.000 addetti, solare fotovoltaico con circa 5.700 e il comparto delle biomasse con circa 25.000 occupati, mentre il resto dell'occupazione si distribuisce tra il geotermico, il solare termico, il mini-idro, e le altre forme minori di produzione di energia da fonti rinnovabili che impiegano circa 50.000 lavoratori. Il dato, sopra evidenziato, delle 250.000 unità di nuova occupazione, grazie alle energie rinnovabili, è caratterizzato da una predominanza delle biomasse, del fotovoltaico e dell'eolico.
E’ chiaro che tutto dipenda da come la politica si posizionerà di fronte agli scenari energetici futuri e quali scelte diventeranno prioritarie e ritenute degne di essere sostenute economicamente. Se si scommetterà davvero su efficienza energetica e fonti rinnovabili i numeri presentati nello studio Cgil potrebbero essere raggiunti e addirittura superati.
E’ fonte di soddisfazione per ANTER, verificare come un grande sindacato, quale è la Cgil, si connetta con il futuro, guardando con attenzione le potenzialità dell’economia green.