Cerca nel blog

venerdì 11 marzo 2011

Ora, ancor di più, avanti tutta con le energie alternative e con l'economia verde


di Enrico Flavio Giangreco
Questo triennio di crisi economica ha dimostrato l’inutilità del cercare vie d’uscita dalla stessa crisi, semplicemente, nell’ambito finanziario: una crisi reale, infatti, impone soluzioni reali. Tra queste soluzioni reali, una delle opzioni disponibili è la valorizzazione di tutte le opportunità connesse allo scenario dell’economia green, dalle energie rinnovabili alle produzioni ecocompatibili. In questo senso, in Italia, una partnership tra pubblico e privato, dovrebbe farsi carico di sostenere grandi formule industriali innovative, in grado di implementare l’economia verde: da ciò potrebbe derivare un significativo contributo alla crescita della produttività dell’intero sistema economico. D’altronde, nel corso della settimana sulle energie sostenibili, organizzata dalla Commissione Europea, a Bruxelles, nel febbraio del 2009, il Commissario europeo, Benita Ferrero Waldner, fece il punto sullo stato di avanzamento del Piano per lo sviluppo dell’Energia Solare nel Mediterraneo, identificato come una delle iniziative prioritarie dell’Unione del Mediterraneo. L’obiettivo era ed è ambizioso: si tratta di promuovere la crescita nella produzione di energie rinnovabili nei cosiddetti paesi Mena (Medio Oriente e Nordafrica) e di interconnetere le reti di trasporto di questa regione con quelle europee in modo da creare un mercato di interscambio dell’energia. L’iniziativa dovrebbe consentire un duplice risultato: supplire al crescente fabbisogno energetico dei Paesi Mena, ma anche contribuire al raggiungimento del traguardo stabilito dalla UE, che prevede, entro il 2020,  la  copertura del 20% del fabbisogno energetico da fonti rinnovabili. La fonte prioritaria per la realizzazione della partnership energetica euromediterranea è stata individuata nell’energia solare e, in particolare, nel progetto tedesco Desertec, attivato nel luglio del 2009, che, più avanti, sarà ancora oggetto delle considerazioni di chi scrive. Se vogliamo verificare il significato concreto di quanto, in precedenza sostenuto, andiamo a vedere alcuni numeri. Lo scorso lunedì 24 gennaio, è stato presentato il dossier "Energia e lavoro sostenibile" elaborato dall'Osservatorio Energia e innovazione dell'Ires-Cgil. E’ emerso che, in pochissimi anni, in Italia, grazie agli incentivi del “conto energia”, sono stati installati oltre 2 mila MW di potenza, determinando 20 mila posti di lavoro.
Lo scenario futuro, con riferimento ai suoi connotati più ottimistici, è caratterizzato da un’occupazione, nel settore delle fonti rinnovabili, in grado di raggiungere, nel 2020, quota 250.000 unità. Attualmente, in Italia, nei vari settori di produzione energetica a basso impatto ambientale, tra posti diretti ed indiretti, lavorano poco più di 100.000 persone cosi suddivise: eolico circa 10.000 addetti, solare fotovoltaico con circa 5.700 e il comparto delle biomasse con circa 25.000 occupati, mentre il resto dell'occupazione si distribuisce tra il geotermico, il solare termico, il mini-idro, e le altre forme minori di produzione di energia da fonti rinnovabili che impiegano circa 50.000 lavoratori. Il dato, sopra evidenziato, delle 250.000 unità di nuova occupazione, grazie alle energie rinnovabili, è caratterizzato da una predominanza delle biomasse, del fotovoltaico e dell'eolico.
Consideriamo, ora, il modello Germania: la partnership, tutta tedesca, Deutsche Bank e Münich RE, aveva presentato, 18 mesi orsono, il già citato Desertec, un progetto d’investimento di 400 miliardi di euro, nel deserto del Sahara, al fine di produrre energia solare pari al 20 % del fabbisogno dell’intera Europa. Il progetto ha stimolato, nel corso dei mesi successivi, l’interesse di ulteriori partner. Tutto ciò, quindi, vuol dire altri posti di lavoro nel settore delle energie alternative.
In conclusione, il nostro Paese, è opportuno che costruisca un futuro caratterizzato dalla creazione di valore economico e di nuove opportunità di occupazione nel settore delle rinnovabili e, in genere, dell’economia verde. Soprattutto per le generazioni che verranno.


venerdì 4 febbraio 2011

Luca, se Te ne vai via, non tradisci noi, tradisci Te stesso

di Enrico Flavio Giangreco
Caro On.le Barbareschi,
mi permetta di chiamarla Luca e di darle del Tu, come si fa con un vecchio amico.
Ho assistito, incredulo, in questi giorni, alle notizie che si susseguivano sul Tuo possibile ritorno, da Fli, nelle fila del Pdl. Tu, Luca, hai commentato: ”Sono troppo vecchio per fare il figliol prodigo”. Poi, rispetto a determinate osservazioni che Ti venivano manifestate, hai aggiunto: “I maligni malignano”.
Ebbene, con tutta la stima che provo nei confronti dell’attore che ho avuto occasione di apprezzare, al Teatro Manzoni di Milano, in una straordinaria interpretazione del “Gattopardo”, ho deciso di rischiare anch’io di passare per un essere maligno che, però, intende scriverTi chiaramente quello che pensa.
Ho, ancora, nella testa i Tuoi interventi in tv, a Omnibus come in altre trasmissioni televisive, nelle quali rammentavi la necessità di voltare pagina, di cambiare questo Paese, di mandare a scopare il mare, come dicono in Piemonte, tutti quelli che desiderano perpetuare la solita immagine della pannunziana “Italia alle vongole”.
Parlavi di meritocrazia, di modernizzazione del Paese, di nuova frontiera. A Bastia Umbra, declamavi il nostro “Manifesto per l’Italia”, Ti commuovevi, veramente, narrando un Paese che non c’è e che vorremmo ci fosse, innanzitutto, per quegli straordinari giovani di “Generazione Futuro”, la nostra avanguardia, che ci credono e che meritano che un’altra Italia sia consegnata nelle loro mani.
Ora, Te lo scrivo chiaro e tondo, c’è qualcosa che non vorrei che accadesse. Non vorrei che Tu, tra qualche tempo Ti dimettessi, lasciando la politica e il Tuo posto a un deputato del Pdl. In silenzio. Poi, magari, dopo qualche mese, ottenessi qualche incarico teatrale o culturale e un ricco contratto per la Tua “Casanova Entertainment”.
Tu questo, Luca, non lo puoi fare, Tu non sei uno Scilipoti qualunque. Tu sai bene, cosa dice, nel “Gattopardo” il Principe di Salina: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Quel modo di leggere il mondo è di una volgare furbizia. E Tu con quella furbizia non hai nulla da spartire. Luca, se Te ne vai via, non tradisci noi, tradisci Te stesso.



mercoledì 2 febbraio 2011

La lezione di Berto Ricci, alla ricerca della "coscienza civile"

di Roberto Alfatti Appetiti
Articolo pubblicato, oggi, mercoledì 2 febbraio 2011, sul Secolo d’Italia e Ffweb Magazine
“Niente è così stupido e poco italiano come l'intolleranza, il disprezzo preconcetto verso gli stranieri, e il volersi chiudere nel guscio. Non c'è nulla di meno italiano del ripudio a priori d'ogni sapienza, esperienza, eccellenza straniera. Non c'è invece nulla di più anticamente, tradizionalmente, permanentemente italiano dell'accogliere, assimilare, ripensare, riplasmare ogni sapienza, esperienza, eccellenza”. Parole di un'attualità incredibile, eppure sono state scritti negli anni Trenta da Berto Ricci, poeta di talento e organizzatore di riviste, in quella che aveva fondato e gli somigliava di più, L'Universale. Pochi anni prima delle leggi razziali lui arrivò a scagliarsi contro lo stesso nazionalismo, in nome di una vocazione italiana, appunto, all'universalità e al cosmopolitismo: ”Il mondo - scriveva - tende alla sua unità, nel senso d'accrescere e smisuratamente moltiplicare gli scambi e i rapporti fra i popoli, gli amori, gli odi, le reciproche dipendenze: unico risultato reale della politica moderna, se buono o cattivo non so, ma certo inevitabile e dominante, contro cui non val forza né teoria, né vale chiudersi grettamente nella provincia nativa. Saranno più forti quelli che più prontamente accetteranno codesta realtà valendosene con saggezza generosa: quelli che avranno più vita da donare, più cuore da spendere, e invece d'aspettare l'urto esterno rannicchiati nella contemplazione di se stessi, invece di mettersi in atto di difesa”. A distanza di settant'anni dalla sua scomparsa nel deserto africano di Bir Gandula - il 2 febbraio del '41, abbattuto dall'aviazione britannica - forse è giunto il momento di riscoprirne la figura e l'importanza che ebbe, oltre che nel panorama culturale degli anni Trenta quale maestro di personaggi come Montanelli, Bilenchi e tanti altri che, anche nell'Italia del secondo dopoguerra non hanno mai nascosto il debito di riconoscenza nei confronti dell'intellettuale fiorentino. Quando infatti, nei primi anni Novanta, Indro Montanelli - da poco reduce dal suo "strappo" con Berlusconi e con quella che si rifiutava di definire "destra" - fu sollecitato a indicare la sua formazione politico-culturale, rispose senza esitazioni: “La destra in cui da giovane militavo io, con Romano Bilenchi, Ottone Rosai e parecchi altri, faceva capo a un quindicinale, L'Universale, e a un giovane professore di matematica, Berto Ricci. Quando il gerarca del Minculpop, dal quale dipendeva il permesso di pubblicazione, ci chiese - proseguiva Montanelli - quali tematiche ci promettevamo di sviluppare, rispondemmo come la cosa più semplice e naturale di questo mondo: "La formazione in Italia di una coscienza civile"…”. Montanelli, che nel dopoguerra dirà “Sono stato fascista dal momento in cui ho potuto essere qualcosa”, durante una vacanza estiva a Rieti, dove lavorava suo padre e dove lui frequentò il liceo, conobbe Diano Brocchi - sindacalista fascista e nel dopoguerra dirigente di Cisnal e Msi - una figura che lo affascinò e contagiò politicamente. E tramite Brocchi entrò a sua volta in confidenza e in amicizia proprio con Berto Ricci e i suoi sodali: Romano Bilenchi, Mino Maccari, Elio Vittorini, Ottone Rosai e Leo Longanesi. Ma il suo vero e unico maestro fu - a suo dire - fu indubbiamente Berto Ricci: “Se oggi”, ha annotato lo storico Sandro Gerbi, “il suo nome è abbastanza conosciuto, anche al di fuori della cerchia degli specialisti, lo si deve soprattutto a Montanelli. Il quale più volte, nell'arco di settant'anni, ne scrisse sempre con ammirazione e rimpianto”. E Ricci, che - come ricordava ancora Montanelli - voleva trasformare il fascismo “dalla mezza burletta qual era stata sino ad allora” in “una rivoluzione autentica”, aveva comunque un mai rinnegato passato da anarchico. Si era avvicinato al fascismo attraverso le posizioni "ribelli" della rivista Il Selvaggio di Maccari per poi fondare nel 1931 a Firenze con alcuni amici il "suo" mensile - poi quindicinale - L'Universale. Il programma del foglio, che uscirà fino all'estate del '35, è stato così descritto proprio da Montanelli: “Era un giornale frondista, che predicava il ritorno alla "prima ondata" e la necessità della "terza ondata". Attaccava tutte le autorità costituite, accusandole di eterodossia borghese e di antirivoluzionarismo”. E Indro lo ha spiegato bene: “Nel fascismo non ci furono soltanto i gerarchi e i salti nel cerchio di fuoco e tutte le altre pagliacciate che ci umiliarono agli occhi del mondo e di noi stessi. Ci furono anche degli uomini come Ricci…”. Difficile, comunque, ricordare Ricci senza scivolare nella retorica, tanto più quando si richiama alla memoria un giovane uomo che, malgrado avesse moglie e figli, volle farsi mandare al fronte. Lasciandoci la pelle, a soli trentasei anni, in un luogo che la maggior parte di noi avrebbe difficoltà anche solo a indicare sulla cartina. Nemico della retorica ossequiosa nell'epoca delle maiuscole d'obbligo. Anarchico individualista che non si convertì al fascismo - come si usa dire - ma che pensò, forse illudendosi, di fare del fascismo una permanente rivoluzione libertaria, malgrado la resistenza di un apparato che mai lo amò. E allora proviamoci con quella prosa secca che tanto apprezzava l'amico e collaboratore Indro Montanelli: “Della sua prosa così asciutta e tagliente - scriveva il giornalista di Fucecchio - e così in contrasto con lo stile del tempo, credo di poter dire che la letteratura giornalistica italiana non ne ha mai avuto di tanto stringente, dura e, qua e là, spavalda”. Spavaldo e coerente, fino al limite dell'eresia, come ha sottolineato Paolo Buchignani nel sottotitolo del bel libro che gli ha dedicato nel 1994 - Un fascismo impossibile. L'eresia di Berto Ricci nella cultura del Ventennio (Il Mulino) - ricostruendone per la prima volta tutta la vicenda personale e il ruolo svolto nella vita culturale del Novecento. Fieramente povero, Ricci, al punto - come ha raccontato Giampiero Mughini - di offrire come banchetto nuziale ai pochi invitati un solo cappuccino. Professore, precario, di matematica e fisica, ma antiaccademico. Patriota ma non nazionalista: “Il nazionalismo - sosteneva - ci renderebbe simili alle altri nazioni europee”. Che non hanno avuto Roma.  Quando nel gennaio del '31, giusto ottanta anni fa, dà vita a L'Universale - la cui raccolta, edita oltre quarant'anni fa dalle edizioni del Borghese è ormai introvabile e andrebbe ripubblicata - la scelta del nome non è certo causale. Scrive Buchignani: “Le origini dell'universalismo ricciano risalgono al periodo significativo del Ricci anarchico”. L'anarchica ribellione nei confronti della società borghese e “dei suoi idoli gretti” dell'amato Federigo Tozzi, il ribelle che più di ogni altro incarna la comune toscanità e “quindi l'italianità”. Per dare all'Italia un'arte nuova, Ricci chiama attorno a sé “giovani d'ingegno e di carattere” che non si accontentino di servire una causa, ma di darle forma e soprattutto sostanza. Autenticità. Tra loro ci sono gli amici Romano Bilenchi e Dino Garrone, lo scrittore novarese di nascita e pesarese d'adozione che morirà a Parigi, a soli ventisette anni, nel dicembre del '31 e di cui, pochi mesi fa, le Edizioni Interlinea hanno pubblicato un'inedita raccolta di brani intitolata Sorriso degli etruschi. Figli, come lui, di La Voce, Lacerba e de Il Selvaggio di Mino Maccari, che ne ospiterà le prime prove poetiche. Considerano Papini e Soffici i loro maestri, anche se solo i Papini e i Soffici della fase "eversiva" rivoluzionaria, precedente al loro ritorno all'ordine. Tra i poeti amano visceralmente Palazzeschi e “il pazzo bellissimo” Campana e vivono nel costante timore di tradire la poesia con la più baname prassi politica. Hanno letto con passione Mazzini, Oriani e d'Annunzio e vogliono mettere l'arte al servizio della loro contestazione generazionale. E poi c'è il mito che vive tra loro come uno di loro: Ottone Rosai, il pittore di Strapaese che rifugge i borghesi e preferisce starsene con i poveri. Nel '35 il governo chiude le pubblicazione de L'Universale. Perché all'incoraggiamento iniziale dello stesso Mussolini e ai complimenti rinnovati in privato, seguono successivamente ben altri provvedimenti, di segno opposto. L'idea romantica, coltivata da Berto Ricci e dai suoi ragazzi - di cui era al tempo stesso giovane capo, fratello maggiore e a volte persino padre e compagno di strada - di un fascismo trasgressivo e libertario che potesse alla distanza prevalere sul regime, che combattesse dal di dentro quella che ritenevano una deriva conservatrice, svanisce nella disillusione. In uno degli ultimi suoi "Avvisi" su L'Universale - siamo al febbraio 1935 - scatta una fotografia di una nitidezza spietata nella sua semplicità: “Finché il controllore ferroviario avrà un tono coi viaggiatori di prima classe, e un altro tono, leggermente diverso, con quelli di terza; finché l'usciere ministeriale si lascerà impressionare dal tipo "commendatore" e passerà di corsa sotto il naso del tipo a "povero diavolo", magari dicendo torno subito; finché l'agente municipale sarà cortesissimo e indulgentissimo con l'auto privata, un po' meno col taxi e quasi punto con quella marmaglia come noi, che osa ancora andare coi suoi piedi; finché insomma in Italia il principal criterio nello stabilire la gerarchia sociale degli individui sarà il denaro o l'apparenza del denaro, potremo dire e ripetere che c'è molto da fare....”. C'è da proseguire, ancora oggi, nel mezzo di questi anni Duemila, la lezione di Berto Ricci, ancora convinti che è nostro obbligo costruire “in Italia una coscienza civile…”.

venerdì 28 gennaio 2011

Nuovi posti di lavoro grazie alle energie rinnovabili

Dr. Enrico Flavio Giangreco
Responsabile Commissione Economia Energetica ANTER
Lunedì 24 gennaio, si è tenuta, a Roma, la Conferenza Pubblica della Cgil nazionale, dal titolo “L’Energia per il lavoro sostenibile – La terza rivoluzione industriale”, all’interno della quale è stato, anche, presentato il dossier "Energia e lavoro sostenibile" elaborato dall'Osservatorio Energia e innovazione dell'Ires-Cgil.
ANTER era presente con il Coordinatore nazionale e Responsabile Relazioni Istituzionali Antonio Rancati.
In tale occasione, è stata ribadita la scelta strategica delle energie rinnovabili, come nuovo motore per la terza rivoluzione industriale, nel modo definito dal Prof. Jeremy Rifkin, tra i relatori della conferenza e, già, ospite d’onore nella riunione nazionale di ANTER, a Firenze, lo scorso 11 dicembre.
La Cgil ha comunicato la volontà di essere tra i soggetti capaci di incidere in questa terza rivoluzione industriale, così come è accaduto nella precedente fase rivoluzionaria, cogliendo l’opportunità, derivante dall’utilizzo delle energie rinnovabili, di creare posti di lavoro in una fase declinante dell’economia, nella quale milioni di lavoratori rischiano la disoccupazione, soprattutto nei Paesi più industrializzati, per effetto anche della crisi che attanaglia, maggiormente, le economie dell’occidente.
A proposito di numeri, è bene rammentare che, in pochissimi anni, in Italia, grazie agli incentivi del “conto energia”, sono stati installati oltre 2 mila MW di potenza, determinando 20 mila posti di lavoro.
Lo scenario futuro, con riferimento ai suoi connotati più ottimistici, emerso dalle relazioni presentate, è caratterizzato da un’occupazione, nel settore delle fonti rinnovabili, in grado di raggiungere, nel 2020, quota 250.000 unità. Attualmente in Italia nei vari settori di produzione energetica a basso impatto ambientale, tra posti diretti ed indiretti, lavorano poco più di 100.000 persone cosi suddivise: eolico circa 10.000 addetti, solare fotovoltaico con circa 5.700 e il comparto delle biomasse con circa 25.000 occupati, mentre il resto dell'occupazione si distribuisce tra il geotermico, il solare termico, il mini-idro, e le altre forme minori di produzione di energia da fonti rinnovabili che impiegano circa 50.000 lavoratori. Il dato, sopra evidenziato, delle 250.000 unità di nuova occupazione, grazie alle energie rinnovabili, è caratterizzato da una predominanza delle biomasse, del fotovoltaico e dell'eolico.
E’ chiaro che tutto dipenda da come la politica si posizionerà di fronte agli scenari energetici futuri e quali scelte diventeranno prioritarie e ritenute degne di essere sostenute economicamente. Se si scommetterà davvero su efficienza energetica e fonti rinnovabili i numeri presentati nello studio Cgil potrebbero essere raggiunti e addirittura superati.
E’ fonte di soddisfazione per ANTER, verificare come un grande sindacato, quale è la Cgil, si connetta con il futuro, guardando con attenzione le potenzialità dell’economia green.


lunedì 10 gennaio 2011

Gli effetti pericolosi del "risiko dalemiano"

di Sergio Talamo
L’Analisi pubblicata, oggi, lunedì 10 gennaio 2011, su Ffweb Magazine
“Casini ora deve scegliere”. Firmato Massimo D’Alema. “Casini e Fini devono dimostrare di essere coerenti”. In sostanza, l’ultimatum consiste in questo: il Nuovo Polo deve accettare oggi, e pure in fretta, di allearsi con Bersani. A quel punto ogni problema sarebbe risolto. D’Alema passa per la migliore intelligenza del Pd, e in effetti se uno è del Pd fa bene a venerarlo: nessuno meglio di lui da 15 anni tiene a galla un contenitore politicamente vuoto. La sua concezione, in realtà, è puramente geometrica. La cosa non si scopre oggi. Resta indimenticabile la parodia di Sabina Guzzanti che lo raffigurava davanti a un “dalemone”, una specie di mappamondo dove il leader muoveva i suoi carrarmatini da Risiko. Il Risiko 2011 funziona così. 1) Fini, Casini e Rutelli si alleano con Bersani da subito. 2) Il Nuovo Polo assume il ruolo di stampella centrista del Pd – l’ennesima – perdendo da subito il suo appeal di novità politica e di Polo degli Italiani che parla finalmente ai cittadini e non alle segreterie di partito. 3) Il gruppo dirigente del Pd, intanto, conquista un argomento forte contro i sempre più vivaci oppositori interni e soprattutto contro Vendola: vedete? Noi abbiamo una politica. Stiamo facendo una grande coalizione contro Berlusconi. Voi invece siete i soliti estremisti che abbaiano alla luna. Con questa puntata di dadi, in tre mosse il Pd sarebbe salvo. Il resto, però, diventerebbe un campo di macerie. Il Polo degli Italiani si spegnerebbe in fasce, ma questo sarebbe il meno. I problemi veri li avrebbe il paese. Dire subito “sì” al nuovo Cln antiberlusconiano può portare a due scenari. Il primo è che il governo si rafforza, proprio perché la propaganda di Berlusconi aumenta di tono e qualche parlamentare ha la scusa buona per non dare il suo voto ai “trasformisti che vanno a sinistra”. Il secondo è che comunque il governo non ce la fa, e quindi si va al voto in un clima di pauroso scontro politico e sociale, con le tempeste finanziarie che devastano la nostra fragile economia. Con l’attuale legge elettorale, poi, l’esito delle elezioni sarebbe segnato. Mentre l’estrema sinistra guidata da Vendola avrebbe argomenti forti e suggestivi, il premio di maggioranza “senza soglia minima” (quindi anche al 35-38 per cento) finirebbe per premiare la coalizione uscente. Un Polo Pdl-Lega dà comunque più garanzie di coesione dell’altro, messo su in quattro e quattr’otto. Viene da chiedersi: queste semplici valutazioni non dovrebbero precedere gli “ultimatum”? Caro presidente D’Alema, le alleanze in politica possono essere vincenti. Ma devono essere proposte, ed eventualmente stipulate, al tempo giusto. Devono cioè essere l’esito di processi anche lunghi, in cui i possibili contraenti dimostrano di rispettarsi a vicenda, e soprattutto di mettere la politica e i contenuti prima delle formule. La prudenza anche lessicale che oggi contraddistingue Casini, Fini e Rutelli non è sintomo di indecisione o di incoerenza, ma di senso di responsabilità. È il segno di una svolta profonda, quella che il partito dei Ds e poi il Pd, impelagati negli ulivi e nelle unioni, succubi del girotondismo e indecisi a tutto, non hanno saputo costruire in un quindicennio. Ora, Lei vorrebbe che Casini lo facesse in pochi giorni, togliendole dal fuoco le roventi castagne del vostro ennesimo stallo politico. Meglio di no. Nell’interesse di tutti, meglio non fare l’ennesimo regalo a Silvio Berlusconi. Nell’interesse di tutti, meglio vedere se ci sono le condizioni per varare alcune riforme importanti, puntellare l’economia e cambiare la legge elettorale. Il resto viene dopo.

giovedì 30 dicembre 2010

Perchè l'aria delle città rende liberi

di Luciano Lanna
Analisi pubblicata, oggi, giovedì 30 dicembre 2010, sul Secolo d’Italia e Ffweb Magazine
Che non sia davvero più tempo di pensare la politica per riflessi condizionati o sensi d'appartenenza dati per automatici e irreversibili ce lo dimostra l'efficacia dell'immagine utilizzata per evocare una nuova fase politica da Riccardo Nencini, che è il segretario nazionale del Psi ed è stato per il centrosinistra presidente del Consiglio regionale della Toscana. “Al ciclo berlusconiano che tramonta”, ha scritto in una lettera pubblicata ieri dal Corriere della Sera, si deve avere adesso il coraggio di sostituire una sintesi e un progetto che fondino la propria coesione sui fattori che caratterizzarono l'Italia di Bearzot. Un mix che faccia, precisava, “del lavoro, della conoscenza, della inclusione e del merito i pilastri attorno ai quali costruire una politica nuova”. L'obiettivo esplicito, aggiungeva Nencini, sarebbe quello di superare e concludere una transizione infinita e pervenire all'idea di un'Italia normale. Un Piano Marshall - così lo definiva - etico e politico destinato alla ricostruzione di una nazione che ha smarrito la sua missione, rancorosa, chiusa, impaurita ed egoista nella forbice sempre più aperta tra ricchezza e povertà. A questo punto, il passaggio secondo noi fondamentale: “La ricostruzione deve avvenire fuori del Parlamento e passare dalle città che in primavera andranno al voto”. Un messaggio chiaro ma obbligato di fronte a un mondo politico che non riesce a uscire dalla logica del Palazzo e dall'assolutizzazione della contabilità dei voti nelle Camere. Un dato che deve passare e venire rivendicato anche da chi avverte la stessa urgenza pur provenendo "da destra". È infatti azzeccata la citazione del detto medievale che Nencini rilancia per invitare la politica a guardare più alla società civile che al ceto parlamentare: “L'aria della città rende liberi”. È vero: è in quell'aria che nel 1992-93 si percepì il vento del cambiamento, è in quel preciso spazio che dopo decenni la Dc e il Pci perdettero la loro storica egemonia, è nelle città che si determinò la speranza di un nuovo rapporto tra cittadini e istituzioni, è lì che lo stesso Silvio Berlusconi trovò i consensi e l'entusiasmo per lanciare il suo progetto di "miracolo italiano". Sì, è nelle città, nella società civile, tra i movimenti studenteschi, nel mondo del volontariato, nella cultura vera, nella stessa rete telematica e nel suo universo di relazioni, che si muove la politica che verrà. “Nelle città - concludeva Nencini - ancora oggi maturano le radici del cambiamento”. Il messaggio è chiaro e deve rivolgersi non solo alla sinistra riformista, ai cattolici democratici, ai liberaldemocratici, agli ambientalisti e ai riformatori in senso lato, ma anche - se non soprattutto - al nuovo soggetto che è Futuro e libertà. Di fronte a una fase autoreferenziale della politica, ossessionata dalla conta parlamentare, dai sondaggi e dalle strategie di Palazzo, è il momento di una proposta politica che si rivolga direttamente al paese oltre i tatticismi e le logiche di convenienza. Oltre la destra, la sinistra e il centro, oltre le scelte di campo date per scontate e obbligatorie. Sì, “l'aria delle città rende liberi”, per ripetere il detto medievale. Di contro, la politica ufficiale resta descritta da una vecchia immagine di Pier Paolo Pasolini: “Dalle bocche di quei vecchi uomini, ossessivamente uguali a se stessi, non usciva una sola parola che avesse qualche relazione con ciò che noi viviamo e conosciamo. Sembravano dei ricoverati che da trent'anni abitassero un universo concentrazionario...”.

venerdì 24 dicembre 2010

Dintorni Natalizi

di Andrea Zanzotto
Con questi versi di un grande poeta veneto, auguro Buone Feste a tutti
Natale, bambino o ragnetto o pennino
che fa radure limpide dovunque
e scompare e scomparendo appare
come candore e blu
delle pieghe montane
in soprassalti e lentezze
in fini turbamenti e più
Bambino e vuoto e campanelle e tivù
nel paesetto. Alle cinque della sera
la colonnina del meteo della farmacia
scende verso lo zero, in agonia.
Ma galleggia sul buio
con sue ciprie di specchi.
Natale mordicchia gli orecchi
glissa ad affilare altre altre radure.
Lascia le luminarie
a darsi arie
sulla piazza abbandonata
col suo presepio di agenzie bancarie.
Natali così lontani
da bloccarci occhi e mani
come dentro fatate inesistenze
dateci ancora di succhiare
degli infantili geli le inobliate essenze.