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venerdì 28 gennaio 2011

Nuovi posti di lavoro grazie alle energie rinnovabili

Dr. Enrico Flavio Giangreco
Responsabile Commissione Economia Energetica ANTER
Lunedì 24 gennaio, si è tenuta, a Roma, la Conferenza Pubblica della Cgil nazionale, dal titolo “L’Energia per il lavoro sostenibile – La terza rivoluzione industriale”, all’interno della quale è stato, anche, presentato il dossier "Energia e lavoro sostenibile" elaborato dall'Osservatorio Energia e innovazione dell'Ires-Cgil.
ANTER era presente con il Coordinatore nazionale e Responsabile Relazioni Istituzionali Antonio Rancati.
In tale occasione, è stata ribadita la scelta strategica delle energie rinnovabili, come nuovo motore per la terza rivoluzione industriale, nel modo definito dal Prof. Jeremy Rifkin, tra i relatori della conferenza e, già, ospite d’onore nella riunione nazionale di ANTER, a Firenze, lo scorso 11 dicembre.
La Cgil ha comunicato la volontà di essere tra i soggetti capaci di incidere in questa terza rivoluzione industriale, così come è accaduto nella precedente fase rivoluzionaria, cogliendo l’opportunità, derivante dall’utilizzo delle energie rinnovabili, di creare posti di lavoro in una fase declinante dell’economia, nella quale milioni di lavoratori rischiano la disoccupazione, soprattutto nei Paesi più industrializzati, per effetto anche della crisi che attanaglia, maggiormente, le economie dell’occidente.
A proposito di numeri, è bene rammentare che, in pochissimi anni, in Italia, grazie agli incentivi del “conto energia”, sono stati installati oltre 2 mila MW di potenza, determinando 20 mila posti di lavoro.
Lo scenario futuro, con riferimento ai suoi connotati più ottimistici, emerso dalle relazioni presentate, è caratterizzato da un’occupazione, nel settore delle fonti rinnovabili, in grado di raggiungere, nel 2020, quota 250.000 unità. Attualmente in Italia nei vari settori di produzione energetica a basso impatto ambientale, tra posti diretti ed indiretti, lavorano poco più di 100.000 persone cosi suddivise: eolico circa 10.000 addetti, solare fotovoltaico con circa 5.700 e il comparto delle biomasse con circa 25.000 occupati, mentre il resto dell'occupazione si distribuisce tra il geotermico, il solare termico, il mini-idro, e le altre forme minori di produzione di energia da fonti rinnovabili che impiegano circa 50.000 lavoratori. Il dato, sopra evidenziato, delle 250.000 unità di nuova occupazione, grazie alle energie rinnovabili, è caratterizzato da una predominanza delle biomasse, del fotovoltaico e dell'eolico.
E’ chiaro che tutto dipenda da come la politica si posizionerà di fronte agli scenari energetici futuri e quali scelte diventeranno prioritarie e ritenute degne di essere sostenute economicamente. Se si scommetterà davvero su efficienza energetica e fonti rinnovabili i numeri presentati nello studio Cgil potrebbero essere raggiunti e addirittura superati.
E’ fonte di soddisfazione per ANTER, verificare come un grande sindacato, quale è la Cgil, si connetta con il futuro, guardando con attenzione le potenzialità dell’economia green.


lunedì 10 gennaio 2011

Gli effetti pericolosi del "risiko dalemiano"

di Sergio Talamo
L’Analisi pubblicata, oggi, lunedì 10 gennaio 2011, su Ffweb Magazine
“Casini ora deve scegliere”. Firmato Massimo D’Alema. “Casini e Fini devono dimostrare di essere coerenti”. In sostanza, l’ultimatum consiste in questo: il Nuovo Polo deve accettare oggi, e pure in fretta, di allearsi con Bersani. A quel punto ogni problema sarebbe risolto. D’Alema passa per la migliore intelligenza del Pd, e in effetti se uno è del Pd fa bene a venerarlo: nessuno meglio di lui da 15 anni tiene a galla un contenitore politicamente vuoto. La sua concezione, in realtà, è puramente geometrica. La cosa non si scopre oggi. Resta indimenticabile la parodia di Sabina Guzzanti che lo raffigurava davanti a un “dalemone”, una specie di mappamondo dove il leader muoveva i suoi carrarmatini da Risiko. Il Risiko 2011 funziona così. 1) Fini, Casini e Rutelli si alleano con Bersani da subito. 2) Il Nuovo Polo assume il ruolo di stampella centrista del Pd – l’ennesima – perdendo da subito il suo appeal di novità politica e di Polo degli Italiani che parla finalmente ai cittadini e non alle segreterie di partito. 3) Il gruppo dirigente del Pd, intanto, conquista un argomento forte contro i sempre più vivaci oppositori interni e soprattutto contro Vendola: vedete? Noi abbiamo una politica. Stiamo facendo una grande coalizione contro Berlusconi. Voi invece siete i soliti estremisti che abbaiano alla luna. Con questa puntata di dadi, in tre mosse il Pd sarebbe salvo. Il resto, però, diventerebbe un campo di macerie. Il Polo degli Italiani si spegnerebbe in fasce, ma questo sarebbe il meno. I problemi veri li avrebbe il paese. Dire subito “sì” al nuovo Cln antiberlusconiano può portare a due scenari. Il primo è che il governo si rafforza, proprio perché la propaganda di Berlusconi aumenta di tono e qualche parlamentare ha la scusa buona per non dare il suo voto ai “trasformisti che vanno a sinistra”. Il secondo è che comunque il governo non ce la fa, e quindi si va al voto in un clima di pauroso scontro politico e sociale, con le tempeste finanziarie che devastano la nostra fragile economia. Con l’attuale legge elettorale, poi, l’esito delle elezioni sarebbe segnato. Mentre l’estrema sinistra guidata da Vendola avrebbe argomenti forti e suggestivi, il premio di maggioranza “senza soglia minima” (quindi anche al 35-38 per cento) finirebbe per premiare la coalizione uscente. Un Polo Pdl-Lega dà comunque più garanzie di coesione dell’altro, messo su in quattro e quattr’otto. Viene da chiedersi: queste semplici valutazioni non dovrebbero precedere gli “ultimatum”? Caro presidente D’Alema, le alleanze in politica possono essere vincenti. Ma devono essere proposte, ed eventualmente stipulate, al tempo giusto. Devono cioè essere l’esito di processi anche lunghi, in cui i possibili contraenti dimostrano di rispettarsi a vicenda, e soprattutto di mettere la politica e i contenuti prima delle formule. La prudenza anche lessicale che oggi contraddistingue Casini, Fini e Rutelli non è sintomo di indecisione o di incoerenza, ma di senso di responsabilità. È il segno di una svolta profonda, quella che il partito dei Ds e poi il Pd, impelagati negli ulivi e nelle unioni, succubi del girotondismo e indecisi a tutto, non hanno saputo costruire in un quindicennio. Ora, Lei vorrebbe che Casini lo facesse in pochi giorni, togliendole dal fuoco le roventi castagne del vostro ennesimo stallo politico. Meglio di no. Nell’interesse di tutti, meglio non fare l’ennesimo regalo a Silvio Berlusconi. Nell’interesse di tutti, meglio vedere se ci sono le condizioni per varare alcune riforme importanti, puntellare l’economia e cambiare la legge elettorale. Il resto viene dopo.

giovedì 30 dicembre 2010

Perchè l'aria delle città rende liberi

di Luciano Lanna
Analisi pubblicata, oggi, giovedì 30 dicembre 2010, sul Secolo d’Italia e Ffweb Magazine
Che non sia davvero più tempo di pensare la politica per riflessi condizionati o sensi d'appartenenza dati per automatici e irreversibili ce lo dimostra l'efficacia dell'immagine utilizzata per evocare una nuova fase politica da Riccardo Nencini, che è il segretario nazionale del Psi ed è stato per il centrosinistra presidente del Consiglio regionale della Toscana. “Al ciclo berlusconiano che tramonta”, ha scritto in una lettera pubblicata ieri dal Corriere della Sera, si deve avere adesso il coraggio di sostituire una sintesi e un progetto che fondino la propria coesione sui fattori che caratterizzarono l'Italia di Bearzot. Un mix che faccia, precisava, “del lavoro, della conoscenza, della inclusione e del merito i pilastri attorno ai quali costruire una politica nuova”. L'obiettivo esplicito, aggiungeva Nencini, sarebbe quello di superare e concludere una transizione infinita e pervenire all'idea di un'Italia normale. Un Piano Marshall - così lo definiva - etico e politico destinato alla ricostruzione di una nazione che ha smarrito la sua missione, rancorosa, chiusa, impaurita ed egoista nella forbice sempre più aperta tra ricchezza e povertà. A questo punto, il passaggio secondo noi fondamentale: “La ricostruzione deve avvenire fuori del Parlamento e passare dalle città che in primavera andranno al voto”. Un messaggio chiaro ma obbligato di fronte a un mondo politico che non riesce a uscire dalla logica del Palazzo e dall'assolutizzazione della contabilità dei voti nelle Camere. Un dato che deve passare e venire rivendicato anche da chi avverte la stessa urgenza pur provenendo "da destra". È infatti azzeccata la citazione del detto medievale che Nencini rilancia per invitare la politica a guardare più alla società civile che al ceto parlamentare: “L'aria della città rende liberi”. È vero: è in quell'aria che nel 1992-93 si percepì il vento del cambiamento, è in quel preciso spazio che dopo decenni la Dc e il Pci perdettero la loro storica egemonia, è nelle città che si determinò la speranza di un nuovo rapporto tra cittadini e istituzioni, è lì che lo stesso Silvio Berlusconi trovò i consensi e l'entusiasmo per lanciare il suo progetto di "miracolo italiano". Sì, è nelle città, nella società civile, tra i movimenti studenteschi, nel mondo del volontariato, nella cultura vera, nella stessa rete telematica e nel suo universo di relazioni, che si muove la politica che verrà. “Nelle città - concludeva Nencini - ancora oggi maturano le radici del cambiamento”. Il messaggio è chiaro e deve rivolgersi non solo alla sinistra riformista, ai cattolici democratici, ai liberaldemocratici, agli ambientalisti e ai riformatori in senso lato, ma anche - se non soprattutto - al nuovo soggetto che è Futuro e libertà. Di fronte a una fase autoreferenziale della politica, ossessionata dalla conta parlamentare, dai sondaggi e dalle strategie di Palazzo, è il momento di una proposta politica che si rivolga direttamente al paese oltre i tatticismi e le logiche di convenienza. Oltre la destra, la sinistra e il centro, oltre le scelte di campo date per scontate e obbligatorie. Sì, “l'aria delle città rende liberi”, per ripetere il detto medievale. Di contro, la politica ufficiale resta descritta da una vecchia immagine di Pier Paolo Pasolini: “Dalle bocche di quei vecchi uomini, ossessivamente uguali a se stessi, non usciva una sola parola che avesse qualche relazione con ciò che noi viviamo e conosciamo. Sembravano dei ricoverati che da trent'anni abitassero un universo concentrazionario...”.

venerdì 24 dicembre 2010

Dintorni Natalizi

di Andrea Zanzotto
Con questi versi di un grande poeta veneto, auguro Buone Feste a tutti
Natale, bambino o ragnetto o pennino
che fa radure limpide dovunque
e scompare e scomparendo appare
come candore e blu
delle pieghe montane
in soprassalti e lentezze
in fini turbamenti e più
Bambino e vuoto e campanelle e tivù
nel paesetto. Alle cinque della sera
la colonnina del meteo della farmacia
scende verso lo zero, in agonia.
Ma galleggia sul buio
con sue ciprie di specchi.
Natale mordicchia gli orecchi
glissa ad affilare altre altre radure.
Lascia le luminarie
a darsi arie
sulla piazza abbandonata
col suo presepio di agenzie bancarie.
Natali così lontani
da bloccarci occhi e mani
come dentro fatate inesistenze
dateci ancora di succhiare
degli infantili geli le inobliate essenze.

giovedì 23 dicembre 2010

Il coraggio di delineare i fronti

di Luciano Lanna
Analisi pubblicata, oggi, giovedì 23 dicembre 2010, sul Secolo d’Italia e Ffweb Magazine

Uno studioso attento e politicamente assai acuto come Aldo Schiavone ha colto a nostro avviso il cuore di tutta la questione. “La minaccia – ha scritto su la Repubblica – è enorme: che la fase senile del berlusconismo trascini con sé il Paese nel baratro”. E assai azzeccata è la citazione di Rilke con cui fa esordire la sua analisi: “Chi parla di vittorie? Sopravvivere è tutto...”. Una frase che descrive perfettamente la condizione in cui si trova oggi l’attuale maggioranza di governo. Tirare a campare a ogni costo, non mettersi in discussione come imperativo categorico, restare in piedi ricorrendo a tutti i mezzi possibili e consentiti.
Sullo stesso tema, e sempre ieri, è intervenuto anche Franco Cardini sul quotidiano Europa, rilanciando la strategia che era implicita al Manifesto di ottobre, quando un gruppo di intellettuali di varia provenienza proponevano – rivolgendosi in prima battuta al presidente Fini – un processo di discontinuità con la prassi politica inauguratasi con la cosiddetta transizione. Purtroppo, proseguiva Cardini, “rinfrancati dal successo del 14 dicembre”, gli ex colonnelli di An “passati al generale di Arcore danno sfogo ai loro peggiori istinti forcaioli proponendo addirittura divieti di manifestazioni e arresti preventivi”. Esito, a suo dire, di una mentalità autoritaria e liberticida che affonda le sue radici in Bava Beccaris.
Di contro, proseguiva Cardini, l’errore di comunicazione di Fli sarebbe quello di dare l’impressione di non voler in alcun modo abbandonare, nonostante tutto, la solidarietà col centrodestra: “Ma, in tempi di crisi e di rapido mutamento, bisogna aver il coraggio di spezzare gli equilibri e di guardarsi attorno a 360 gradi”. Con una sinistra sotto scacco culturale e allo sbando politico, concludeva lo storico, individuare un percorso da Grosse Koalition futura, “avrebbe probabilmente raccolto consensi bipartisan”.
Sulla stessa linea, ma tutta in positivo, l’analisi di Aldo Schiavone: “Dal berlusconismo – incalza – non si può uscire restando nel recinto del centrodestra, gestendo il passaggio solo nell’ambito dell’attuale maggioranza”. Il che non significa, sia ben chiaro, un generico embrassons nous o la costruzione di un’Armata Brancaleone come quella che, su sollecitazione di Cossiga, supportò il governo D’Alema. No, Schiavone semmai guarda allo schema che portò la Merkel e Schroeder a governare insieme per disinnescare l’emergere di un’antipolitica rappresentata allora dall’estrema sinistra tedesca da una parte e dalle forze xenofobe dall’altra.
“Dunque, fin quando – specifica Schiavone – Berlusconi rimarrà in campo dobbiamo lavorare per collegare, provvisoriamente ma credibilmente, questo abbozzo di nuovo centrodestra che sta nascendo, con l’abbozzo di centrosinistra che è tormentosamente vissuto in questi anni. La saldatura potrebbe avvenire intorno a pochissimi punti dettati dall’emergenza: legge elettorale e misure d’urgenza intorno al nodo famiglie-fiscalità-lavoro, affidati a un primo ministro di garanzia”.
Non è tempo di rassegnarsi, intima lo storico. Di fronte alla crisi sociale in atto e al malessere dei giovani, il primo impegno delle forze che intendono fuoriuscire da una transizione ormai infinita è obbligatoriamente quello di “riuscire a trasformare la percezione acutissima e diffusa di un disagio sociale crescente, in una precisa domanda politica di cambiamento”. Qui nessuno tradisce alcunché e nessuno rischierà di eternizzare lo “stato d’eccezione”. Qui si tratta di avere (e dimostrare) il coraggio della vera politica. Che, schmittianamente, sta nella capacità di delineare i fronti. “Tertium non datur”.

mercoledì 22 dicembre 2010

La patria? E' la terra dei figli

di Filippo Rossi
Focus pubblicato, oggi, mercoledì 22 dicembre 2010, su Ffweb Magazine
Le cose stanno così: i padri senza figli non sono affatto padri. E lo stesso vale per le madri senza figli. In fondo è semplice. E allora, quando diciamo madre patria e pensiamo a un elenco di roba vecchia, pensiamo alle guerre, agli stendardi, alle bandiere, ai discorsi, alla retorica, alle trombe, alle maiuscole, agli stemmi, al salotto buono, ai consigli, al petto in fuori e al cervello in dentro, in realtà siamo vittime di un abbaglio culturale, di una distorsione mentale. Una stortura che ci fa difendere quello che invece andrebbe cambiato, che ci fa conservare costi quel che costi cose che andrebbero gettate via. Nel cassonetto della storia.
La terra dei padri (e delle madri), allora, non può che essere la terra dei figli. La terra di chi ci sarà domani. La terra da lasciare a chi verrà e vivrà dopo di noi. Così dovrebbe essere. Così sarebbe giusto che fosse. Eppure no, non ci riusciamo. Eppure siamo abituati a vederla dalla parte della polvere e delle ragnatele, dalla parte dei ricordi e dei racconti di guerra, dalla parte delle lapidi, siamo abituati a vederla dalla parte della morte e non della vita, della nostalgia e non della speranza, del rispetto e non dell’azzardo. Dei monumenti e non dei ponti. Del passato e non del futuro. Dalla parte degli anniversari e non delle nascite.
Invece i padri senza figli non esistono. Semplicemente, è così. E allora, l’unico modo per essere davvero patriottici è avere a cuore i figli più dei padri. Perché senza figli è l’idea stessa di patria che non può esistere. Senza figli la patria è un ramo secco dove appendere le cose inutili. Senza sesso, senza sangue, senza ribellione, senza futuro, senza sbagli, senza fughe in avanti, senza gioco, la patria, qualsiasi patria, diventa lettera morta buona da studiare sui libri di storia. Diventa la statua immobile di un sogno mai nato. Una reliquia senza più senso. Senza più aliti di vita.
Dalla parte dei figli, allora, c’è l’unico patriottismo possibile. Figli naturali. Figli adottivi. Perché la declinazione di un sano patriottismo è una scelta d’amore. È apertura e accoglienza. Non c’è solo “sangue e suolo”. Non ci sono solo i cromosomi, non bastano. La patria si nutre di idee, di sogni, di speranze.
Ecco, allora: un patriottismo aperto e multicolore è l’unico possibile, l’unico necessario, l’unico immaginabile per l’Italia di oggi e di domani. Un patriottismo per nulla retorico. Sorridente. Perché porta con sé l’allegria della festa per un nuovo arrivato. Inclusivo, perché demolisce i confini mentali, sotterra le trincee di ieri per coltivarci sopra il paese del futuro. Trasversale. Perché o è di tutti o non è di nessuno. E non ci sono rivendicazioni che tengano, non ci sono presunte “superiorità” che valgano, non ci sono gabbie, non ci sono conflitti che possano scardinare le fondamenta dello “stare insieme”. La patria come racconto condiviso. Da scrivere insieme. La patria, dunque, come passione da tramandare ai figli: in questo senso, una “tradizione”. Perché la tradizione non esiste se non nelle mani di chi la riceve, la fa sua, la rilegge, la riscrive.
È per questo, per tutto questo, che ogni chiusura, ogni egoismo, ogni piccolezza non è patriottismo. La patria non si chiude a chiave, non si mette sottovetro. La patria o è vita o non è. La patria è idea solare, è dono di sé, è sguardo lontano. È visione alta, altra e altruistica. Un plebiscito quotidiano, appunto. Un mattino sempre nuovo. Da rinnovare nei volti e nelle menti. Perché la patria non ha niente a che fare con la roba di famiglia, con le foto ingiallite, con i ricatti della memoria o i “conti da saldare”. Con la difesa di un ordine buono per i cimiteri. Con il piccolo cabotaggio, pauroso e impaurito. Patria è il coraggio della avventura e della scelta. La patria è un mare da solcare. Patria è coraggio. È vita e fertilità. È il coraggio di far figli. Patria è un parto quotidiano.

martedì 21 dicembre 2010

Quel "populista" che suscita sogni (invece che odio...)

di Antonio Rapisarda
L’Analisi pubblicata, oggi, martedì 21 dicembre 2010, su Ffweb Magazine
A sinistra c’è un populista. Che di nome fa Nichi Vendola. Ma basterebbe chiamarlo “Nichi”. Un populista che non parla ma “intesse delle narrazioni”, non spiega ma “evoca”, non fa politica ma utilizza la politica “come pretesto continuo per segnali allusivi di sdegno o di amore”. Lo tratteggia così Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera. Una descrizione efficace del governatore della Puglia che ha lanciato l’Opa sul centrosinistra italiano, e che – al netto della bonaria “condanna” d’ufficio – ha il merito invece di aver individuato una delle caratteristiche più incisive di Vendola: con lui – spiega lo storico - a sinistra avviene “il distacco completo dall’antico ormeggio ideologico e si entra in qualcosa di completamente diverso: nel mare della vita”.  
È vero “Nichi” ha sostituito la pretesa della storia (le magnifiche sorti del “socialismo reale”…) con la necessità della vita. Era ora, si potrebbe dire. Era ora che un leader politico capovolgesse la piramide. È ripartito dal popolo Nichi, ma davvero. Per comprenderlo è appena uscito un cofanetto-documentario “La ballata di Nichi” che racchiude l’avventura della campagna elettorale del 2005. Un’esperienza raccontata con un piglio suggestivo e incalzante da Corto Salari (regista recentemente scomparso), artista che è rimasto affascinato dal cammino di questo politico “comunista” che si veste con il vestito da padrino della cresima, che frequenta i ristoranti kitsch degli alberghi sulle statali perché partecipa alla festa con la sua gente. E che, soprattutto, “bacia” e abbraccia tutti quelli che incrocia. Perché da questi viene “riconosciuto”. Perché a questi suscita “speranza”.
Il successo di Vendola è questo: l’empatia. A contatto reale, e non mediato né parcellizzato, con quel popolo che la sinistra non comprende più da tempo. E che, diciamolo, anche certa destra ha abbandonato. Tant’è che, come ha sostenuto lo stesso Vendola, sono tanti gli uomini di destra che lo sostengono in rotta con la gestione padronale del consenso in quella regione (ma anche altrove). Grazie a questo è riuscito a smontare le alchimie delle elite. Grazie a questo ha riempito di “sostanza” democratica il meccanismo delle primarie.  Meccanismo che è sfuggito di mano ai suoi stessi cantori che adesso si affannano con disperazione a togliere il giocattolo dalle mani del bambino cresciuto: il popolo stesso.           
Ha riportato il territorio al centro della narrazione Nichi. E questo accadde attraverso le contrade meravigliose di quella terra che è la Puglia. Elevata a modello sociale e, adesso, anche politico-economico. Luogo che dimostra come sia possibile parlare di nuova soggettività (la propria omosessualità, ad esempio) all’interno di una cornice identitaria (la famiglia, il dialetto, le tradizioni) senza scimmiottare decadenti modelli metropolitani. Puglia ideale contraltare, poi, alle lande padane insomma, con tutto l’armamentario leghista fatto di un sincretico approdo tra calvinismo con venature xenofobe e paganesimo dietro al quale si cela la difesa di meri interessi economici e territoriali. Se proprio di populismo si deve parlare, allora, è evidente che rispetto ai modelli della Seconda repubblica – ossia il populismo carismatico di Berlusconi, il giacobinismo molisano di Di Pietro e il secessionismo di Bossi – quello di Nichi appare non solo il più innocuo. Ma il più politico. Quello più connesso con le esigenze di una crisi tutta post-moderna. Che riporta davvero ad interrogarsi sui “perché”. Sulla comunità. Sulla necessità di costruire percorsi condivisi. Di farcela come popolo, e non a dispetto (o alle spalle) del popolo. Resta un avversario per la destra “Nichi”? Con tutta probabilità sì. Lui lo rivendica con orgoglio. Ma un avversario con il quale gareggiare nella costruzione positiva, politica, di una società più giusta. Fosse pure quella fatta di “notti sulla spiaggia ad ascoltare la taranta”, come scrive Galli della Loggia a proposito di Vendola. Be', non sarebbe così male aggiungiamo noi…