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mercoledì 24 novembre 2010

Le società calcistiche del futuro: sempre più aziende

Anche il calcio del nostro Paese, come altri settori, necessita di una sterzata che dia origine a un suo processo di modernizzazione. Come avevo, già, evidenziato nel mio libro, intitolato “La fabbrica del pallone. La gestione delle aziende calcistiche”, edito da Rubbettino, il futuro del calcio italiano non può, ormai, prescindere dalla necessità che le società calcistiche siano gestite facendo riferimento a criteri di carattere economico-aziendale, quali l’efficienza e l’efficacia delle scelte. Tutto ciò vuol dire che, prendendo le mosse da una delle trasformazioni epocali per una società di calcio, ovvero il passaggio da non profit a società con fini di lucro, s’imponga la necessità di sviluppare il management delle diverse aree di ricavi aziendali, dalle politiche di marketing e merchandising, rispetto alle quali identificare i tifosi come clienti, alla gestione dei diritti televisivi e multimediali, fino alla governance degli stadi di proprietà delle società, realizzati per ospitare adeguatamente le famiglie.
A proposito d’impianti calcistici, nel nostro Paese, manca una una vera cultura del mercato. Mentre altrove si sono sviluppate strategie quali quella del naming - con stadi di proprietà e intitolati magari a grosse aziende - nella Penisola si è preferito, per troppo tempo, restare all’età della pietra, perdendosi in discorsi ideologici sulla proprietà pubblica o privata dell’impianto calcistico. In questo modo, si è finito per non considerare la questione centrale per i fruitori dello spettacolo calcio: avere la possibilità di assistere a eventi sportivi che si tengano in stadi adeguati alla soddisfazione delle esigenze dei consumatori.
Da qui la sfida, ispirata al modello inglese, degli stadi di proprietà. Diventa significativa, dunque, la scelta di pianificare la costruzione di nuovi impianti di proprietà, veri e propri asset delle aziende calcistiche, fonti di ricavi, funzionanti sette giorni su sette, capaci di fornire servizi diversificati, dal centro commerciale, al ristorante e all’hotel. Potrebbe essere, questa, una delle scelte necessarie per far evolvere il nostro sistema calcio.
D’altro canto, s’impone, anche sul versante dei costi, una gestione oculata delle risorse e delle spese, a cominciare dagli stipendi dei calciatori, sui quali, negli ultimi anni, i presidenti hanno perso completamente il controllo. E’ necessaria, insomma, una «rivoluzione» nel modo di concepire e di gestire le società calcistiche. Bisogna, innanzitutto, distinguere fra campioni e atleti. Ci sono fuoriclasse, infatti, per i quali sono giustificati contratti milionari perché rappresentano per la società un autentico investimento per dare appeal alla propria squadra, potenziando il volume d’affari con sponsor e pubblicità.
Campioni del calibro di Cristiano Ronaldo o Milito danno un valore aggiunto alla squadra e alla società. Ma i contratti milionari non possono essere la regola per tutti gli atleti. In maniera indistinta. Il calcio italiano non può, più, permetterselo. Non è ammissibile che gli stipendi abbiano un impatto del 72% sui ricavi delle aziende calcistiche della nostra massima serie. Nella stagione 2008/2009 hanno pesato per 1.093 milioni di euro per la sola serie A, con un incremento del 12% annuo. Invece, nella virtuosa Bundesliga (ah, i tedeschi) gli stipendi sono stati pari a 803 milioni di euro, con un rapporto costi-ricavi pari al 51%.
Tutto questo, si badi bene, benché, nella stagione 2008/2009, i ricavi della Serie A, siano, tutti, cresciuti: dai diritti televisivi (+3%) alla vendita dei biglietti (+5%), fino ai ricavi da marketing e merchandising (+9%).
Un’ipotesi praticabile è l’introduzione della soglia di salario, così come felicemente sperimentato nel football o nel baseball negli Usa.
Sarà, d’altronde, l’Europa a rammentarci, tra due anni, con l’entrata in vigore del fair play finanziario, la necessità più impellente: l'introduzione di regole chiare e di sanzioni altrettanto severe per chi non le rispetta. Non è più tempo di amministratori delle aziende calcistiche buoni per la finanza creativa.

martedì 23 novembre 2010

La vera lezione di Mario Pannunzio

In occasione del centenario della nascita di Mario Pannunzio, Rubbettino ha pubblicato il libro “Mario Pannunzio. Da Longanesi al Mondo” a cura di Pier Franco Quaglieni.
Il volume contiene contributi di Pierluigi Battista, Marcello Staglieno, Carla Sodini, Girolamo Cotroneo, Guglielmo Gallino, Mirella Serri, Angiolo Bandinelli, Pier Franco Quaglieni e Mario Soldati. La lettura di questo libro rappresenta una sorta di viaggio nella conoscenza del grande giornalista lucchese, mediante l’analisi dei rapporti di Pannunzio con Longanesi, Arrigo Benedetti e Benedetto Croce, l’approfondimento della sua direzione di Risorgimento liberale e de Il Mondo, la valutazione del saggio pannunziano su Tocqueville e la considerazione del suo impegno politico liberale e radicale.
E, non a caso, l’ottimo lavoro sviluppato dal curatore Pier Franco Quaglieni consente di far emergere alcune caratteristiche, tipiche della figura di Mario Pannunzio, che, spesso, sono state, quasi, ignorate dalla pubblicistica. Infatti, l’attenzione di molti di quelli che hanno scritto su Mario Pannunzio si è indirizzata, innanzitutto, nei confronti del Mondo, il settimanale da lui fondato nel 1949 e diretto, ininterrottamente, fino al 1966.
Il Mondo è stato, da sempre, privilegiato, non soltanto, perché esso fu il capolavoro giornalistico e culturale di Pannunzio, ma anche perché chi, nel corso del tempo, se n’è occupato, lo ha fatto anche per promuovere sé stesso,come scrive Pierluigi Battista nel suo contributo.
D’altronde, è bene rammentare che, nemmeno, la pubblicazione degli Indici del Mondo, nel 1987, ha permesso di identificare la reale importanza e il ruolo, effettivamente, esercitato da tanti che si sono manifestati quali eredi, allievi e colleghi di Pannunzio.
Come spesso si è verificato in Italia, Mario Pannunzio, ignorato in vita, dalle conventicole dei due partitoni popolari, bianco e rosso, come figura minoritaria, è stato esaltato, dopo la sua morte, persino da coloro che si erano preoccupati, come ebbe a dire Marco Pannella, “di non far conoscere al Paese la sua grandezza”.
E’ stata, dunque, costruita, a tavolino, una sorta di icona laico – progressista fondata sul Mondo, quasi ignorando il magistero esercitato su Pannunzio da Longanesi e il rapporto maestro – allievo con Benedetto Croce. Non si può dimenticare, inoltre, la poca attenzione riservata al saggio, scritto da Pannunzio, su Tocqueville e al quotidiano Risorgimento liberale che egli diresse dal 1944 al 1947.
Le pagine del libro riescono nell’intento di presentarci un Pannunzio, nella sua globalità, ben oltre la vulgata che lo ridusse a francobollo celebrativo prima del tempo, creata da storici, spesso improvvisati ed interessati, dotati di una vocazione pannunziana, tanto tardiva quanto superficiale.
Non a caso, per esempio, emerge l’impegno liberale ed anticomunista di Pannunzio, nel passato volutamente minimizzato da coloro che hanno, soprattutto, evidenziato la sua posizione antifascista, che lo portò a Regina Coeli e gli fece rischiare di finire alle Fosse Ardeatine.
Mario Pannunzio, finalmente, si palesa, quindi, come un fermo difensore della laicità dello Stato, secondo i principi del separatismo cavouriano e risorgimentale che lo contraddistinse: questa è la vera lezione che egli ci lascia.
Una chicca, infine. Oggigiorno, più di una pubblicazione, propone una fotografia di Arrigo Benedetti come un’immagine di Mario Pannunzio: tutto origina da google, ma confondere uno di “Lucca de dentro” con uno di “Lucca de fora” dimostra quanto siamo lontani dal grande direttore toscano.