In occasione del centenario della nascita di Mario Pannunzio, Rubbettino ha pubblicato il libro “Mario Pannunzio. Da Longanesi al Mondo” a cura di Pier Franco Quaglieni.
Il volume contiene contributi di Pierluigi Battista, Marcello Staglieno, Carla Sodini, Girolamo Cotroneo, Guglielmo Gallino, Mirella Serri, Angiolo Bandinelli, Pier Franco Quaglieni e Mario Soldati. La lettura di questo libro rappresenta una sorta di viaggio nella conoscenza del grande giornalista lucchese, mediante l’analisi dei rapporti di Pannunzio con Longanesi, Arrigo Benedetti e Benedetto Croce, l’approfondimento della sua direzione di Risorgimento liberale e de Il Mondo, la valutazione del saggio pannunziano su Tocqueville e la considerazione del suo impegno politico liberale e radicale.
E, non a caso, l’ottimo lavoro sviluppato dal curatore Pier Franco Quaglieni consente di far emergere alcune caratteristiche, tipiche della figura di Mario Pannunzio, che, spesso, sono state, quasi, ignorate dalla pubblicistica. Infatti, l’attenzione di molti di quelli che hanno scritto su Mario Pannunzio si è indirizzata, innanzitutto, nei confronti del Mondo, il settimanale da lui fondato nel 1949 e diretto, ininterrottamente, fino al 1966.
Il Mondo è stato, da sempre, privilegiato, non soltanto, perché esso fu il capolavoro giornalistico e culturale di Pannunzio, ma anche perché chi, nel corso del tempo, se n’è occupato, lo ha fatto anche per promuovere sé stesso,come scrive Pierluigi Battista nel suo contributo.
D’altronde, è bene rammentare che, nemmeno, la pubblicazione degli Indici del Mondo, nel 1987, ha permesso di identificare la reale importanza e il ruolo, effettivamente, esercitato da tanti che si sono manifestati quali eredi, allievi e colleghi di Pannunzio.
Come spesso si è verificato in Italia, Mario Pannunzio, ignorato in vita, dalle conventicole dei due partitoni popolari, bianco e rosso, come figura minoritaria, è stato esaltato, dopo la sua morte, persino da coloro che si erano preoccupati, come ebbe a dire Marco Pannella, “di non far conoscere al Paese la sua grandezza”.
E’ stata, dunque, costruita, a tavolino, una sorta di icona laico – progressista fondata sul Mondo, quasi ignorando il magistero esercitato su Pannunzio da Longanesi e il rapporto maestro – allievo con Benedetto Croce. Non si può dimenticare, inoltre, la poca attenzione riservata al saggio, scritto da Pannunzio, su Tocqueville e al quotidiano Risorgimento liberale che egli diresse dal 1944 al 1947.
Le pagine del libro riescono nell’intento di presentarci un Pannunzio, nella sua globalità, ben oltre la vulgata che lo ridusse a francobollo celebrativo prima del tempo, creata da storici, spesso improvvisati ed interessati, dotati di una vocazione pannunziana, tanto tardiva quanto superficiale.
Non a caso, per esempio, emerge l’impegno liberale ed anticomunista di Pannunzio, nel passato volutamente minimizzato da coloro che hanno, soprattutto, evidenziato la sua posizione antifascista, che lo portò a Regina Coeli e gli fece rischiare di finire alle Fosse Ardeatine.
Mario Pannunzio, finalmente, si palesa, quindi, come un fermo difensore della laicità dello Stato, secondo i principi del separatismo cavouriano e risorgimentale che lo contraddistinse: questa è la vera lezione che egli ci lascia.
Una chicca, infine. Oggigiorno, più di una pubblicazione, propone una fotografia di Arrigo Benedetti come un’immagine di Mario Pannunzio: tutto origina da google, ma confondere uno di “Lucca de dentro” con uno di “Lucca de fora” dimostra quanto siamo lontani dal grande direttore toscano.

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